Recensioni / Satellite: cronaca di un fallimento

Che cosa è, o meglio che cosa è stato fino a poco fa il quartiere “Satellite” al Pioltello, comune della periferia est di Milano? Se lo è chiesto una ricerca nata alla fine del 2017 con un finanziamento Polisocial, poi restituita, dopo tre anni di lavoro sul campo, in un bel volume curato da Andrea Di Giovanni e Jacopo Leveratto, Un quartiere-mondo. Abitare e progettare il Satellite di Pioltello (Quodlibet, 2022).
Il libro è ricco e innovativo, mescola in maniera efficace più piani dell’indagine. Riunisce approcci disciplinari tra loro diversi: storico, urbanistico, sociologico, antropologico. Va ad aggiungersi dunque alla lista dei pochi contributi che stanno cominciando ad esplorare negli ultimi anni quella realtà composita che ho chiamato nei miei lavori “periferia nuova”: quelli di Francesca Cognetti su San Siro, quelli di Carlo Cellamare su Tor Bella Monaca. La storia del quartiere Satellite è però per molti versi eccentrica e singolare: non si tratta di città pubblica, di cui pure ripropone alcune tipologie e l’ideologia dell’“abitare dei moderni”, ma nasce come frutto di una avventura di imprenditoria privata, di una operazione avviata da investitori che pensavano di destinare le nuove abitazioni a ceti medi in fuga da una Milano congestionata. Nei primi anni Sessanta la società Immobiliare Milano acquistò alcuni terreni per realizzare un grande complesso residenziale destinato al ceto medio, dotato di scuole, di campi da basket e da tennis e di parchi giochi per i bambini. L’operazione commerciale però andò male: nonostante la pubblicizzazione delle nuove residenze, ci fu molto invenduto, probabilmente per l’elevata densità delle costruzioni, che generava un senso di oppressione, e per la lontananza dal centro. Così si tentò di vendere a prezzi inferiori, proponendo gli appartamenti anche agli operai delle ditte che avevano costruito il quartiere, ma con scarso successo. Le banche creditrici gestirono la situazione affittando alla ondata migratoria che dal meridione stava affluendo a Milano per fornire la forza lavoro necessaria al “miracolo economico”. In questo modo un quartiere pensato per i ceti medi divenne un contenitore di migranti.
Comincia in questo modo una storia travagliata, che vede a partire dal finire degli anni Ottanta e per tutti i Novanta continui processi di sostituzione degli abitanti, con un meccanismo ben noto che è stato a volte indicato con “filtering down”. Ma qui la fuga dei pochi esponenti del ceto medio superstiti e di una parte degli ormai ex-operai venuti dal sud si mescola confusamente alla vicenda dei nuovi migranti, respinti ai margini della città dai prezzi altissimi e da un mercato della casa che li ghettizza, che confluiscono al Satellite. Nasce un quartiere-mondo in cui si contano quasi settanta nazionalità diverse di origine, in cui si celebra un esperimento di convivenza tra diversi quasi unico nel nostro paese. Il Satellite diviene qualcosa di molto vicino a quello che altrove si chiamerebbe un “quartiere etnico”, e della sua variegata mescolanza sociale parlano eloquentemente gli spazi pubblici.
Su questa realtà incombono però tutta una serie di minacce: gli edifici, spesso privi da anni di manutenzione rimangono di proprietà privata, e sono gravati da una serie di problematiche giudiziarie: in alcuni casi si tratta di morosità incolpevole, in altri di mutui contratti per l’acquisto che non si riescono più a pagare, in altri di occupazioni illegali. Il quartiere-mondo vive dunque una sua esistenza transitoria e precaria, di cui quasi tutti gli abitanti sono consapevoli. Ciò nonostante dalle interviste presenti nel volume traspare una certa allegria, una capacità di abitare un luogo contrassegnato da una precarietà strutturale, che ospita vite altrettanto segnate dalla precarietà e dalla incertezza del futuro. A segnare una svolta brusca giunge il provvedimento sul 110%, che spinge i proprietari a una ristrutturazione massiccia di una parte degli alloggi, con allontanamento temporaneo di una parte degli abitanti ed espulsione definitiva di chi è in un modo o nell’altro in una condizione di illegalità o di insolvibilità. Immediata conseguenza ne è la crescita della povertà e l’allentamento delle reti sociali che avevano in precedenza “tenuto insieme” il quartiere.
La stagione della “periferia multiculturale di natura privata” sembra così avviata a concludersi, o perlomeno a ridimensionarsi anche se la “gentrificazione” del Satellite pare ben lungi dall’essere compiuta. Ma quali insegnamenti si possono trarre dalla storia del Satellite? Prima di tutto che forse non è più vero quanto in molti, incluso il sottoscritto, hanno a lungo ritenuto, e cioè che in Italia non ci fosse segregazione etnica a scala di quartiere, ma tutt’al più di isolato o di condominio. Sia pure estremamente concentrato per la sua peculiare struttura spaziale e urbanistica, il Satellite è un quartiere, visto anche il numero degli abitanti, superiore a 8.000, con una presenza migrante al 70%.
In secondo luogo, va rilevato che i quartieri etnici in formazione nel nostro paese, dato che a questo siamo di fronte, non somigliano molto alla banlieue parigina, che ha storia diversa e dinamiche differenti. La vicenda del Satellite ricorda più quella dell’insediamento dei senegalesi a Zingonia o, sia pure su di una diversa scala dimensionale, quella dello Hotel House a Porto Recanati studiato da Adriano Cancellieri, che non la storia degli HLM.
Terzo punto: una edilizia privata che si “etnicizza” mostra ancora con maggiore evidenza i limiti dell’intervento pubblico, non solo riguardo gli strumenti tecnico-giuridici, ma anche e soprattutto riguardo gli scopi e gli indirizzi. Se l’obiettivo delle politiche urbane deve essere l’integrazione dei migranti, come intervenire in una realtà “privata”, oltretutto estremamente frammentata sotto il profilo della proprietà? Come evitare che si creino conflitti che da sociali possono diventare etnico-culturali? In che modo l’amministrazione della città può intervenire per evitare polarizzazione sociale e favorire migliori condizioni di vita?
Si riaffaccia anche qui il rischio della creazione di un “barrio”, di una zona che si autonomizza dalla città e dal centro, che è il prodotto di un collasso dei rapporti centro-periferia, e su cui ha detto molto il libro di Paolo Grassi su San Siro (FrancoAngeli, 2022).
Al Satellite diviene evidente che per gestire situazioni abitative complesse dal punto di vista giuridico, sociale e culturale occorrerebbero degli interventi da parte delle amministrazioni con finalità chiare e sarebbe necessaria una qualche forma di controllo del mercato immobiliare. La proposta progettuale di Andrea Di Giovanni che chiude il volume va in questa direzione, disegnando un quadro realistico di possibilità di consolidamento delle presenze alla luce delle normative vigenti, ma rischia di rimanere inascoltata, in un contesto in cui si vanno affermando interessi materiali di tipo speculativo. D’altro canto, i coraggiosi sforzi per migliorare la situazione messi in campo da un piccolo comune quale è Pioltello, non possono rimanere isolati, ma dovrebbero evidentemente ricadere nell’ambito di una più ampia politica metropolitana rivolta alla periferia multiculturale, politica di cui per il momento non pare scorgere traccia in questi remoti “satelliti”...