Recensioni / Elvira Notali, la prima cineasta: con i suoi racconti di Napoli sbancò i botteghini

Gli occhi funerei bistrati dal destino. Così si presenta Nanninella la protagonista del film muto 'A Santanotte di Elvira Notari che racconta un femminicidio di un secolo fa. Contesa da due amici rivali, Tore e Carluccio, la bella cameriera di un caffè di Napoli finisce pugnalata al cuore. E il dramma della gelosia rappresentato nel capolavoro della grande regista partenopea che è entrata nella storia battendo tutti i record. Prima donna cineasta italiana. Sceneggiatrice e produttrice. Fondatrice della casa cinematografica Dora Film. Autrice di sessanta film tra il 1906 e il 1930, nonché di cento cortometraggi sull'attualità e di numerosi documentari commissionati dagli emigrati in America desiderosi di rivedere la città lontana.
A questa forza tellurica della cinematografia delle origini è dedicato un libro importante di Giuliana Bruno dal titolo "Rovine con vista. Napoli e il cinema di Elvira Notari", appena pubblicato da Quodlibet. Il volume era uscito in una prima versione in inglese trent'anni fa da Princeton, e due anni dopo in traduzione italiana per La Tartaruga prima e poi per i tipi di Baldini e Castoldi. Ancorché fuori commercio da tempo, questo studio fondativo è stato di ispirazione per molti storici del cinema e documentaristi che in questi anni hanno riportato a galla la vicenda di questa talentuosa pioniera del cinema e straordinaria imprenditrice dell'intrattenimento. Per fermarla all'apice del successo ci è voluto tutto l'ostracismo del regime fascista. Con la complicità involontaria dell'arrivo del sonoro, che ha mandato in crisi la sua casa di produzione.
Tre film di Elvira Notari si sono salvati e sono custoditi nella Cineteca Nazionale di Roma: 'A Santanotte (1922), E piccirella (1922) e Fantasia 'e surdato (1927). I primi due è possibile vederli in versione restaurata su YouTube. Per tutti e tre i soggetti, Notari ha tratto ispirazione da canzoni di successo dell'epoca, un modo per attrarre il grande pubblico nelle sale. E infatti la città rispondeva alla grande. I suoi drammoni sentimentali, a metà tra la sceneggiata e il romanzo verista alla Matilde Serao e alla Francesco Mastriani, sbancavano al botteghino. Per il film 'A legge (1920) si calcola che siano stati staccati 6 mila biglietti al giorno. Le proiezioni al Cinema Vittoria iniziavano al mattino e finivano a notte fonda. Tutto esaurito per oltre un mese. Gli spettatori amavano questi racconti visuali girati sia nei teatri di posa che in esterni prodigiosamente belli come le vedute del golfo o la collina di Posillipo. Fa notare Giuliana Bruno, professore di Visual and Environmental Studies all'università di Harvard, le opere di Notari rispondono a pieno al desiderio del pubblico di vedere le bellezze della città immortalate sullo schermo dalla settima arte. E d'altra parte che Napoli fosse fatta per il cinema lo dimostra anche la scelta dei fratelli Lumière di girare nel 1895 uno dei loro primi esperimenti con la cinepresa proprio nel traffico urbano di Partenope, brulicante di carrozze e scugnizzi, signore e paglietta. Perché il colore di Napoli si vede anche in bianco e nero.
Giuliana Bruno mostra come ancor prima del Neorealismo vi sia stata una scuola napoletana di cinema che ha saputo raccontare dal vero quel fenomeno sociale che è una «metropoli plebea», per usare la definizione di Pier Paolo Pasolini. Infatti, agli esordi del business della celluloide, la città non aderì al dannunzianesimo cinematografico imperante ma rimase fedele a sé stessa, al suo modo di raccontare miserie e nobiltà di un popolo diverso. Che impazzisce d'amore per effetto dell'incantesimo della sirena, come scrive Serao nel racconto La città dell'amore, incluso nella raccolta Leggende Napoletane. E proprio la fondatrice di questo giornale scriveva nel 1916 sulla rivista L'Arte Muta che il cinema deve intercettare le donne, e per farlo deve concepire la donna come una "creatura della folla". Insomma, una protagonista della vita pubblica.
Il metodo transdisciplinare di Bruno consente al lettore di inserire Elvira Notari nell'atmosfera culturale del suo tempo, erede di un patrimonio narrativo che a partire dal mito di fondazione torna sempre sui suoi passi e ridisegna incessantemente la sua «geografia emozionale». Quel lampo di magnesio che vediamo nel fondo oscuro degli occhi di Rosè Angione nei panni di Nanninella. Incarnazione di un femminile che vuole vivere la vita da protagonista. Ma trova sempre sulla sua strada un malamente che gliela toglie. Ieri come oggi.