Recensioni / Le recensioni

Gianni Celati il narratore, il saggista, il traduttore (Swift, Céline, Melville, Stendhal, Conrad, Joyce...), il docente universitario, il sodale di Luigi Ghirri, il documentarista, oppure il mimo o lo scrittore dell’“anonimità di gruppo” (Alice disambientata, 1978, con i suoi allievi del Dams a Bologna). Celati ha interpretato questi e altri ruoli in modo originale, con ironia ma anche con scarti netti e cesure che ne testimoniano l’essere-contro (l’abbandono dell’insegnamento proprio al Dams esprime la sua insofferenza per le istituzioni e il loro carattere normativo). Il volume raccoglie 67 delle 131 interviste e conversazioni concesse da Celati dal 1974 al 2014 e le dispone in successione, fuori da criteri di ripartizione temporale o tematica e a favore, invece, di un libero scorrere che sembra di per sé un omaggio all’autore da parte dei due curatori, Massimo Belpoliti e Anna Stefi (ricordiamo, a completamento, i due numeri monografici su Celati della rivista “Riga”, diretta da Belpoliti, nonché il Meridiano celatiano curato dallo stesso Belpoliti con Nunzia Palmieri e con il contributo di Anna Stefi). È tale la rete di rimandi fra le diverse occasioni di dialogo che ciascuna potrebbe figurare al centro di quella rete, fittissima di argomenti. Dalla categoria del comico ai concetti di finzione, realtà, apparenza al linguaggio degradato della comunicazione usa e getta; dal lavoro del narratore e del traduttore all’influsso del jazz sulla sua scrittura; dalla fotografia di Ghirri al cinema di Rossellini e Antonioni risulta evidente l’allergia di Celati per le astrazioni: da qui le esemplificazioni che non solo supportano il discorso ma ne costituiscono anche il fascino (come nel Celati saggista, del resto).
Al termine della sua introduzione – i cui titoli di paragrafo potrebbero corrispondere ad altrettante voci di una piccola enciclopedia celatiana – Belpoliti si chiede: “Dove sta Gianni Celati?” Come collocare Celati? Il riferimento è a un giudizio di Antonio Gnoli che apre una intervista del 2013: “Non saprei dove collocare Gianni Celati. È uno scrittore vero. Profondo e bizzarro”. Considerando l’indubbia unicità di Celati, lo potremmo definire un classico contemporaneo “disambientato”. Belpoliti, da parte sua, aveva già risposto alla domanda in un’altra introduzione, quella al Meridiano, affermando che “il più letterario” dei nostri scrittori è anche colui che più ha contestato vezzi e vizi della nostra letteratura, stancamente chiusa in sé stessa: “Celati aspira a qualcosa che sta al di là della letteratura, o forse prima della letteratura”. Quanto al diretto interessato, se fustiga la “prosa professionale” da romanzo ben confezionato (mentre “la storia vale solo se sfugge dalle mani”) né risparmia critiche al Gruppo 63 (tacciandolo nel suo insieme di dogmatismo), quando deve esprimersi sulla letteratura in generale egli sostiene la necessità di “stare sempre terra terra”, per evitare “quelle spiegazioni che non spiegano un accidente”.
Ciò che per Celati ha più valore è la prossimità con le cose del mondo. Nella conversazione con Severino Cesari che dà il titolo al volume (1989, il cui sottotitolo dice tantissimo: Narrare è artigianato e cerimoniale) lo scrittore associa la “facoltà narrativa” alla “facoltà di orientamento” nei luoghi: ci si muove nello spazio per rendere vicino il lontano. Né va dimenticato che Celati è stato un grande camminatore: il suo “andare a vanvera”, senza meta, era un atteggiamento che poteva riversarsi pari pari nella scrittura; altre volte, invece, egli agiva palesemente in cerca di storie, come un “rabdomante”. Il camminare reale dello scrittore – il suo andare incontro alle “apparenze” del mondo – diventa anche metafora di una condizione. Seguendo le traiettorie di Celati fra le pagine del volume emerge un filo rosso: l’aspirazione al naturale (aspirazione che in Celati si è ampiamente tradotta in una ‘pratica’; non per caso una raccolta di racconti si intitola Cinema naturale, 2001). Che la lingua di riferimento sia quella “dei matti” (Comiche, 1971), quella materna, simile a una “nenia”, che ha ispirato il tono di Le avventure di Guizzardi (1973), o quella parlata di Narratori delle pianure (1985), poi rimodulata nella narrativa successiva, le frasi devono avere ritmi e cadenze sciolte, quindi naturali; lo sguardovisione del regista Celati, per il quale i documentari sono “racconti come tutti gli altri”, dev’essere naturale con un quid di “capacità visionaria” (“dietro a un paesaggio c’è sempre un altro paesaggio”, dice Celati attraverso Leopardi). E ancora, è un abbandonarsi al naturale il voler girare documentari “imprevedibili come i sogni”. Del resto un luogo è anche una “zona d’inconscio”, uno spazio in cui la memoria collettiva non è presente solo in superficie ma sottotraccia: detto altrimenti, una “riserva” pressoché inesauribile di storie.