Recensioni / Come la danza di una bambina sola

Joséphine di Jean Rolin è un'elegia, o meglio una specie di ballata malinconica: se ne leggono i brevi capitoli come fossero altrettante strofe. Soprattutto, per definire questo breve libro, asciutto nello stile ma pervaso da un capo all'altro da una straziante intensità, bisogna ricorrere alla categoria artistica del ritratto. Un ritratto scritto di un essere umano realmente esistito è un lavoro che parte certamente dalla memoria dell'autore, dalla sua esperienza diretta. Ma la posta in gioco non consiste né nell'abbondanza, né nell'esattezza dei ricordi.
Queste sono solo semplici premesse, che fanno parte dell'informe, caotico, spesso ingannevole reame dell'esperienza. Scrivere di una persona non significa contemplarla nella propria mente, ma proiettare nel mondo questo fantasma, sfidare l'immaginazione del lettore costruendone un'immagine credibile. Può anche darsi che il libro capiti nelle mani di qualcuno che abbia effettivamente conosciuto quella persona, ma questa circostanza è secondaria e incidentale. La vera posta in gioco è paradossale: creare un'intimità sulla base della più completa estraneità.
Narratore esperto e versatile, oltre che grande reporter, Rolin si mostra perfettamente consapevole delle regole del gioco verso la fine del libro. Trascrive alcune frasi dal taccuino di Joséphine, pur convinto che «nessuno potrà mai capire quanto per me siano laceranti». Ed è vero, questa è una cosa che nessuno potrà mai capire, un'informazione che nessuna scrittura potrà mai veicolare. Eppure, «nonostante tutto», Rolin trascrive quelle frasi: «Come se chi non l'ha mai conosciuta, non l'ha perduta, potesse, leggendole, innamorarsi perdutamente di Joséphine».
Non mi è mai capitato di leggere una definizione tanto lucida della finalità e delle energie psicologiche in gioco in questo genere di scrittura. Si potrebbe obiettare che tutto questo è vero anche scrivendo di un personaggio immaginario. Ma è un'obiezione valida solo dal punto di vista tecnico. A un certo grado di astrazione, possiamo pure dire che tutto ciò che si racconta è fiction. Ma la realtà è che l'esperienza vissuta, che Rolin definisce ciò che «nessuno potrà mai capire», pur rimanendo necessariamente nell'ombra, preme comunque sulla scrittura in maniera decisiva, come la parte nascosta dell'iceberg determina l'aspetto di quella visibile. Quella che Rolin rievoca è la più tragica e romantica di tutte le storie: una storia di amore e di morte, di breve durata.
Lo scrittore ha da poco superato i quarant'anni quando conosce Joséphine, in casa di amici. E l'autunno del 1990. Joséphine, più giovane di lui, morirà di un'overdose di eroina a marzo nel 1993. I1 libro di Rolin uscì da Gallimard nel 1994, e anche questa data è significativa, perché aver raccontato questa storia a caldo è ben diverso dall'averlo fatto dieci o vent'anni dopo. Come far vedere Joséphine, con lo strumento delle parole scritte, a qualcuno che non l'ha mai conosciuta? Se affeinio che una persona è «bella», o «affascinante», o «intelligente» in pratica ho detto poco o nulla. L'espressione scritta dell'unicità, dell'irripetibilità di una persona è un'arte difficile, tanto più che il linguaggio deriva la sua efficacia, e la sua stessa intelligibilità dal valere per tutti. Rolin vince con grande sapienza ed economia dei mezzi la sua sfida così drammatica da tutti i punti di vista. Ci rende immaginabile Joséphine stemperando in più possibile la descrizione nell'azione, e traducendo il suo mondo interiore in una serie di gesti. Come se fosse un bravo regista, insomma, rende concreta e percepibile la psicologia portandola in superficie. E in questa maniera, riesce a spremere tutta la sostanza possibile dalla galleria di immagini che gli offre la memoria. E esemplare, ad esempio, la pagina dedicata alla prima volta che il narratore vede ballare Joséphine, durante una gita a La Rochelle. «Non ballava come una nottambula ma come una bambina», ricorda Rolin: «Più esattamente come balla una bambina alla fine di un matrimonio, dopo che gli adulti hanno abbandonato la sala, sola, nella semioscurità, per sé stessa e non per essere guardata». E quest'immagine semplice e potente nella sua concretezza che conduce a una dimensione più impalpabile, quella «leggerezza» di Joséphine che è un motivo costante del libro. Ma ora, al momento di scriverne, emerge, come in un gioco di scatole cinesi, un ulteriore livello della verità: perché è come se persino la leggerezza, per quella bambina che balla da sola nell'ombra, «fosse troppo pesante da portare». Ecco come il dicibile conduce all'indicibile, e il visibile all'invisibile. Rolin procede di dettaglio in dettaglio, come se estraesse una dopo l'altra e senza un ordine preciso una serie di fotografie da una scatola.
Ogni minimo gesto quotidiano (camminare con una certa andatura, decidere un vestito, frugare nella borsa...) rimanda a una fragilità della quale la dipendenza dall'eroina non è una causa ma una conseguenza. E sulla storia aleggia un senso di predestinazione che investe anche i dettagli più insignificanti. Ed è fin troppo ovvio, tragicamente ovvio, che la lucidità del narratore sia il frutto della catastrofe finale, quell'overdose che consuma senza rimedio il destino di Joséphine. Come potrebbe essere diversamente? Tutto ciò che è scritto, in fondo, è sempre scritto troppo tardi, a cose fatte. Vivere e capire ciò che si vive sarebbe impossibile come la pretesa di muoversi e rimanere felini simultaneamente.
«Non sono mai riuscito a capire fino in fondo», ammette Rolin, «perché ricadesse ogni volta in qualcosa che temeva e detestava come l'eroina». Solo al momento in cui scrive queste parole può tentare di ricostruire la dinamica di un micidiale «bisogno di verificare continuamente fin dove, in fondo a quale abisso, l'uomo che amava sarebbe venuto a riprenderla». Ma Rolin si conosce abbastanza per sapere di non essere stato un nuovo Orfeo: tra i due, era il più forte, vale a dire il più dotato dell'istinto di sopravvivere. L'amara verità, in queste faccende, è che solo ai più fragili nulla sembra abbastanza grave, pur di soccorrere l'altro. Lui non ha avuto «la forza di proseguire», mentre lei, riflette il narratore arrivato all'apice della sua impotente consapevolezza, «sarebbe venuta a cercarmi più lontano ancora».
E se il proposito di Rolin era quello di farci amare questo fantasma sconosciuto, questo anello debole nella catena dei viventi, questa bambina che ballava «per sé stessa e non per essere guardata», ebbene, chiuso il suo breve libro, assaporata fino in fondo la sua musica triste, possiamo dire che l'impresa gli è riuscita totalmente.