Recensioni / Italian House of Cards. Il papà degli scapigliati che amava gli intrighi

Di recente, il Congresso di Vienna del 1814 è uscito dai libri di storia per rientrare nella realtà. A citarlo è stato l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, invitando i "grandi" del mondo a riunirsi come si fece allora, per rimettere ordine nel pianeta. A Vienna le teste coronate europee si erano date appuntamento proprio per questo, dopo la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche. Ci riuscirono? Non tanto. A smentire la Restaurazione, sarebbero seguiti i moti del 1848 e l'Unità d'Italia dei 1871. Tuttavia, annotò Francois-René Chateaubriand, ambasciatore, ministro e scrittore nel suo Memorie d'oltretomba, «dopo Vienna i regnanti d'Europa ebbero la mania dei congressi: era lì che si divertivano e si spartivano qualche popolo». L'ultimo di questi appuntamenti si tenne a Verona, che divenne subito un crocevia di spie, controspie, servizi segreti, sette massoniche clandestine, terroristi. Grazie a questo, raccontandolo, lo scrittore Giuseppe Rovani (Milano 1818-1874) diventò in un sol colpo il Le Carré italiano e il padre della Scapigliatura letteraria. Rovani, figlio di orafo, diventa pubblicista e impiegato presso la biblioteca di Brera dal 1845, in seguito precettore a Venezia, incarichi che lascerà per partecipare ai moti del 1848, durante i quali combatterà nelle trincee della Repubblica Romana. Esule a Lugano, vi conoscerà Giuseppe Mazzini, Carlo Dossi, Carlo Pisacane, Carlo Cattaneo. Rientrato a Milano nel 1851, riprende l'impiego a Brera e le lezioni in un collegio femminile. Si innamora di una allieva diciottenne, Luigina Stabilini, che sposa nel 1853. Ma tutto precipita: l'unico figlio muore a quattro anni, il matrimonio si sfascia, viene incaricato di seguire il viaggio in Lombardia degli imperatori Francesco Giuseppe e Elisabetta di Baviera, e questo gli costa gravi sospetti di "collaborazionismo" con gli austriaci. Rovani si lascia andare. Diventa un "bohémien", si vota al bere, diventa dipendente dall'assenzio. Quando muore a 56 anni di febbri tifoidee, è però una leggenda: viene mummificato, portato in processione per le vie di Milano, tumulato con grandi onori nel Cimitero Monumentale. Era diventato l'alter ego di Manzoni. Le carte dello scrittore Carlo Dossi, ritrovate sotto il titolo "Rovaniana", dovevano preparare un tributo al maestro. «Un attento spettatore dei fatti della Storia» lo definì Dossi. Trovando la smentita di Niccolò Tommaseo, che dirà: «Tenne in mano, prima che la penna, la spada». Quel che sia, l'autore ai suoi tempi dettava legge. «Il giudizio finale di Rovani era la sentenza finale di ogni questione» scriveva la Rivista Europea. Rovani venerava l'autore dei Promessi sposi (cui dedicò una biografia, come a Gioacchino Rossini e a Giulio Cesare), tuttavia disprezzava il romanzo storico, prediligendo l'attualità. Lo sterminato Cento anni, 1200 pagine, protrasse la sua pubblicazione nelle riviste per sette anni. E oggi quel romanzo fluviale (le storie di quattro generazioni tra Milano, Venezia, Roma, Parigi) è considerato una svolta, insieme a Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, che dal canto suo si era detto «felicissimo di esser stato lodato» da Rovani. La Libia d'oro, sequel di Cento anni, è stato ristampato da Quodlibet, con prefazione di Ermanno Cavazzoni. «La Libia d'oro è il nome di una società segreta che opera dopo il congresso dei sovrani europei a Verona nel 1822 e vuole ripristinare l'ordine napoleonico e un regno d'Italia con re italiano» spiega Cavazzoni. Le 312 pagine del libro, nonostante ruotino attorno ai protagonisti di Cento anni (Andrea Suardi, figlio del banchiere avventuriero detto "Il Galatino", e Mauro Bickinkommer, un gentiluomo di fortuna) si leggono anche prescindendo dal primo atto. I personaggi si muovono nei labirinti del congresso veronese di teste coronate. C'è Chateaubriand e c'è Talleyrand, il "diavolo zoppo", l'uomo che ha attraversato indenne l'ancien regime, la Rivoluzione, Napoleone, e ben tre re della Restaurazione. Lo stesso di cui Flaubert scrisse nel Dizionario dei luoghi comuni: «Talleyrand, principe di. Indignarsi contro», e al quale Roberto Calasso ha in gran parte dedicato uno dei suoi primi libri, Le rovine di Kasch. Con loro agiscono lo zar Alessandro I, l'imperatore Francesco I e Metternich, il duce di Wellington, re Carlo di Savoia, Ferdinando I di Borbone, monsignor Spina per il Vaticano, in una atmosfera di continui intrighi e cospirazioni. Ma altro che la famosa "provvidenza" manzoniana. Per Rovani, a muovere la Storia non è che «una Babilonia di scellerati». E il convegno veronese dei potenti, descritto in ogni retroscena, con scansioni melodrammatiche in stile serie tv House of Cards, è «un'orgia bacchica dei tiranni», talmente cinici da proporsi di usare i confessori come polizia politica. «Dappertutto si trama, e le società segrete formicolano» annota per affrescare il suo tempo. Una di queste è la Compagnia della Teppa, che diverrà "La Libia d'oro": «Una associazione spontanea di giovani di buona famiglia... si erano uniti per menar le mani». Rovani, che ricorda quanto la condizione dello scrittore sia disperata («il Tasso non aveva un soldo per comperarsi un mellone») punta a scrivere «una specie di supplemento dell'Inferno dantesco». La sua missione è di mettersi «in compagnia della Storia». Alla fine, invece, firmerà forse la prima spy-story politica italiana.