Recensioni / Tra una Roma postbellica e la Torino del Boom eterni adolescenti respirano aria avariata

Alla tesi secondo cui nel Novecento italiano la forma-racconto si impone largamente sull'arte del romanzo dà un apporto di assoluta originalità la vicenda di Bruno Fonzi, un nome oggi laterale o estraneo al senso comune dei lettori e allo stesso canone degli studi nonostante uno dei suoi grandi compagni di via, Giorgio Bassani, gli avesse dedicato alla metà degli anni Sessanta una clausola che non vorrebbe ammettere troppe discussioni: «Sbaglierò. Ma non so davvero chi, oggi, in Italia, sia in possesso di uno stile più maturo, di una intelligenza più viva e più umana, e, insomma, sia capace di far meglio di Bruno Fonzi». Quanto a questo, Equivoci e malintesi. Racconti 1942-1974, che esce da Einaudi nel novembre del '75 e raccoglie trentadue testi per lo più già pubblicati su Il Mondo di Mario Pannunzio, rappresenta la traccia itinerante di un percorso tutto dedicato al genere narrativo per eccellenza con la duplice eccezione, garante ancora Einaudi in entrambi i casi, del romanzo breve Il Maligno ('64) e infine del romanzo-romanzo (roman dur avrebbe detto Georges Simenon) dal titolo Tennis ('73), che è tanto una retrospettiva autocritica della propria storia quanto l'involontario testamento dello scrittore mancato improvvisamente a Milano i1 5 giugno de11976, ad appena sessantadue anni.
Nato a Macerata nei 1917, la sua Marca originaria, una couche che sempre sentirà avvolgente e carnale, ritorna in Equivoci e malintesi insieme con altri due epicentri della propria biografia, Roma che ha frequentato specie nell'immediato dopoguerra e Torino, dove a lungo ha lavorato nell'editoria.
In particolare l'Urbe occupa alcuni dei racconti più belli e compiuti, a partire da I pianti della Liberazione ('60) dove si sommano e anzi si fondono il traboccante entusiasmo, gli ardori, le licenze della città appena liberata dal giogo nazifascista insieme con la momentanea crisi del protagonista, un rigido burocrate ministeriale, il cui rito di passaggio, dopo decenni di contenzione tellurica, ha esito non meno esplosivo nel letto, finalmente, di una soccorrevole e astuta cortigiana. La Roma postbellica di Fonzi è di gente che vive alla giornata, tra ibanchi di Campo de' Fiori e i lupanari di via Capo le Case, è la città invasa da una folla in cui prosperano pìcari e segnorine ma soprattutto avidi e rapaci borghesi, affiliati a quel generone che si è naturalmente riconosciuto nel regime fascista ma è già pronto ad acclimatarsi nella nuova stagione del clericalismo. Torino è invece la città del Boom economico che si accampa nei racconti del decennio successivo e fra questi, di maggior rilievo, Neve sporca ('59) e Il Nord ('64), l'uno più veloce e stenografato (è la deriva di un vecchio operaio deluso dalla vita e dai suoi cari, presto sto diventato un clochard), l'altro è costruito per quadri intorno a una famiglia di siciliani immigrati il cui crudo ritratto in bianco e nero può evocare, se non altro per l'atmosfera e la tipologia dei figuranti, le sequenze di Rocco e i suoi fratelli ('60), il film di Luchino Visconti. Ma la radice reiteratamente dissepolta della narrativa di Fonzi è appunto la Marca nativa, un universo agreste e così arcaico, così immobile nel suo presepe secolare da sembrare oramai senza tempo. Lì sono ambientati i testi che preludono a Il Maligno, specialmente Il gallo timido (del '47, chiara allegoria del vivere in provincia) e Un peccatore ('52), che rimane tra i vertici della narrativa fonziana.
Al di là del decorso cronologico e della dislocazione geografica, a prescindere dalla localizzazione sociale, ogni racconto di Fonzi è costruito nei modi di un piccolo romanzo di formazione e del Bildungsroman propone infatti il conflitto fra ideale e reale, fra le aspirazioni dell'individuo e i limiti che la società, fatalmente, gli impone. Non è nemmeno in questione l'età dei protagonisti come nel caso già citato de I pianti della Liberazione cui si possono aggiungere, ad esempio, Gli svaghi degli dèi ('57) di chiara impronta umbro-marchigiana oppure, nel demi-monde di una Roma sbracata, La contessa di Lautréamont ('54) o anche, non meno autobiografici e ascrivibili al decennio antagonista successivo al Sessantotto, Argento vivo ('68) e Primi caldi ('69), dove tramite le usanze e i luoghi comuni e i miti della società affluente si indovina ciò che venne detta «l'invenzione della gioventù» insieme con il nuovo alfabeto culturale in cui, per proverbio, i Beatles fanno aggio su Gesù Cristo medesimo: vi allude la copertina illustrata della princeps del volume, la quale riproduce The Lotus Screen (1909), il dipinto di Eduard J. Steichen nella cui penombra sembrano fermentare l'inerzia e l'accidia di un mondo andato a male. E infatti i romanzi di formazione dello scrittore marchigiano non prevedono mai un vero compimento, perché i riti iniziatici che vi sono connessi prima o poi vanno a vuoto, falliscono, le azioni dei personaggi si inceppano o deragliano e, pertanto, maturare ovvero cambiare, per tutti costoro, risulta alla lunga impossibile.
Gli adolescenti perenni, nel loro status di incertezza, di frustrazione e per così dire di fallimento preventivo, annunciano il fatto che per lo scrittore la condizione umana coincide con l'ambiguità, toutcourt. Ad un allora giovane poeta che gli fu amico, Francesco Scarabicchi, l'autore volle riservare una specifica dichiarazione nell'intervista rilasciatagli in punto di morte, nel marzo del '76: «Ma che cosa c'è di non ambiguo? Quasi non riesco a vedere nessuna cosa che non sia ambigua. E la nostra stessa vita, non è forse un più o meno lungo compromesso fra la nascita e la morte?». Visi potrebbe solamente aggiungere che «ambiguità», nel suo caso, significa «ambivalenza». Perché comunque vivano, questi personaggi prima o poi attingono un bilico che non è mai dato loro valicare, quasi si ergesse tra due abissi compresenti, vale a dire fra il mai-più di una vita incompiuta o inespressa e il non-ancora di un futuro irraggiungibile: e basterebbe menzionare un altro vertice dell'arte narrativa di Fonzi, con un protagonista stavolta adolescente, Un duello sotto il fascismo ('60). Ciò rivela anche la postura, riguardo alla propria materia, di un autore la cui ottica, per restare ai più prossimi fra i contemporanei, è intermedia fra Moravia e Brancati tenendo ben presente tuttavia che il primo, con sguardo vitreo e implacabile, descrive più volentieri una borghesia proterva e ignorante che è la base di massa del fascismo, l'inerte portatrice dei valori esclusivi del denaro e del sesso, mentre il secondo, con spirito più sinistramente allegorico che satirico, ne vira i caratteri nell'inchiostro di una provincia bitumosa e sordida, ignara anch'essa di ideali e greve di brutali appetiti. Viceversa lo sguardo di Fonzi si mantiene equidistante, distaccato senza essere glaciale, né totalmente indifferente né ambiguamente complice dei personaggi che sta modellando. Non tace nulla di costoro ma non si permette alcun giudizio esplicito.
E quest'ultima la lezione che probabilmente Fonzi ha tratto da una lunga e prestigiosa attività di traduttore (da Ragazzo negro di Richard Wright a La nausea di Jean-Paul Sartre, e poi Hemingway, Faulkner, Henry Miller) . Maestro del conte philosophique, spirito integralmente laico e illuminista, lo scrittore si riserva comunque l'arma dell'ironia che vale, alla lettera, l'atteggiamento di dissimulazione e dunque, ancora una volta, di accettazione della ambivalenza della vita umana. Una scrittrice che gli volle bene, Gina Lagorio, parlò in proposito di un suo «apparente pigro distacco» (il critico Lorenzo Mondo, recensendo Equivoci e malintesi, di «gentile scetticismo»), lo stesso che il suo giovane amico Francesco Scarabicchi avrebbe ricondotto alla misura etica prima che estetica di Bruno Fonzi, «un disincanto nobile e affabile, un'intelligenza raffinata e ironica».