Recensioni / Così gli dèi invidiavano gli uomini

Un giorno, mentre era a Sorrento e contemplava le vele che ondeggiavano dolcemente all'orizzonte, Oscar Wilde è colto da un tremito: tutta quella beatitudine doveva essere una trappola inviata dal suo genio malvagio.
Wilde, a quei tempi al vertice della fama e della ricchezza, si era allora ricordato di Policrate: e aveva gettato in mare uno dei suoi anelli con un grosso diamante. Di Policrate, tiranno di Samo, aveva scritto Erodoto nelle Storie: così fortunato e potente da destare la preoccupazione del faraone d'Egitto, che gli aveva scritto una lettera consigliandogli di disfarsi dell'oggetto a lui più caro, perché «di nessuno ho sentito dire che, a furia d'essere fortunato in ogni cosa, non sia finito completamente in rovina». Policrate si era allora sfilato il suo anello d'oro, e l'aveva gettato in mare; qualche giorno dopo, un pescatore, prendendo un pesce molto grande, l'aveva donato al re: nel ventre del pes ce, i servi trovarono l'anello di Policrate. Il faraone capì che è impossibile sottrarre un uomo al destino che l'attende, e che Policrate non era destinato a una bella fine, perché «la divinità è invidiosa».
L'invidia degli dèi, spiega Dino Baldi nel suo prezioso, denso È pericoloso esserefelici. L'invidia degli dèi in Grecia (Quodlibet), è una caratteristica del pensiero greco, ma non compare — almeno, non nel significato religioso e morale che le è proprio —in Omero.Anche se Calipso, nell'Odissea, si lamenta con Ermes perché gli dèi hanno deciso di far partire Ulisse dalla sua isola: «Voi dèi siete spietati, e gelosi più di ogni altro: invidiate le dee quando sposano un uomo che amano e dormono accanto a un mortale».
La "vera" invidia degli dèi, in greco phtonos theòn, è caratteristica del V secolo: di Eschilo, di Euripide e di Erodoto, accusato da Plutarco di empietà per aver considerato gli dèi capaci di provare un sentimento meschino come lo phthonos. Un'etica nuova e influenzata dal platonismo, per cui gli dèi sono, per definizione, immuni da invidia: lo phthonos è rifiutato da Platone in ogni sua forma e «deve essere sostituito dalla filosofia come aspirazione alla bellezza, alla verità e alla condivisione degli dèi con gli uomini». Perché, come scriveva Euripide, «se gli dèi compiono ingiustizie, non sono dèi».
Una speranza, forse disperata, che molti secoli dopo Giorgio Caproni avrebbe rovesciato con versi terribili e grandiosi: «Mio Dio, perché non esisti?».