Recensioni / Novecento poetico italiano riletto in soggettiva

Da un po' di tempo a questa parte Alfonso Berardinelli s'impegna a raccogliere i frutti dispersi della sua attività critica, svolta in gran parte su riviste e giornali (tra i quali la «Domenica»), in polemica esplicita e coerente verso un sapere accademico sentito come sterile e asfittico. In due grossi volumi editi dal Saggiatore— Un secolo dentro l'altro e Giornalismo culturale — si articoli scritti tra il 1990 e il2o12e tra il 2013 e il 2020; per Quodlibet esce adesso L'ultimo secolo di poesia italiana. Testi e ritratti, una rilettura del Novecento poetico italiano ospitata a puntate, dal 2015 al 2019, su una rivista di taglio sociale e politico.
Da una parte un pubblico di lettori colti ma non specialisti, dall'altro una dimensione — la lirica moderna — che è stata a lungo banco di prova della migliore cultura umanistica: ecco il contesto ideale per il saggismo di Berardinelii, da sempre esemplare per brillantezza (molte le formule fulminanti per concisione e esattezza: «Giudici, ovvero l'uomo medio che entra in poesia»; «Nessuno o quasi ha detto "no" a Sandro Penna »); ma anche per chiarezza, vivacità, forza narrativa. Tale qualità di sguardo predilige non a caso autori della stessa tempra: se una poetica emerge con più forza, in un libro come questo, è quella che tiene insieme poeti come Gozzano, Michelstaedter, Penna e Pasolini, e più ancora Saba, Giudici, Morante e Cavalli—fino agli attuali Manacorda, Febbraro e Marchesini: poeti diversi per molti aspetti, uniti però da un ideale dil eggibilità e raziocinio, da un senso diffuso del quotidiano, dalla capacità di abbassarsi verso la prosa (e a nutrirsi di prosa): in opposizione variabile all'idea simbolista per molti decenni egemone nel nostro Novecento, fonte di dilatazioni semantiche, oscurità procurate, audacie collaudate e più o meno inoffensive. Simmetricamente, a venir deprezzati sono gli autori tentati dall'opacità e dall'arbitrio, le poetiche provocatoriamente e talvolta stolidamente sperimentali: d all'Ungaretti di Sentimento del Tempo a Zanzotto, dal Futurismo alle Neoavanguardie. Da un critico come Berardinelli — acuto amministratore delle proprie idiosincrasie — non avrebbe senso aspettarsi un bilancio prudente e indiscutibile, da laboratorio linguistico, come quelli formulati da un Mengaldo o un Contini. Lo spirito che presiede all'opera è quello mercuriale di Debenedetti e di Garboli, il modello concreto più prossimo i Poe italiani del Novecento di Fortini (1977): non solo per l'alternanza di profilo critico e rinvio a testi scelti, ma anche per l'eleganza del tratto e la perentorietà dei giudizi. Bizzarramente, proprio la poesia di Fortini risulta a mio avviso la più ingiustamente sminuita, insieme a quella di Montale: troppo (diversamente) maestri, forse troppo autorevoli; certo troppo intimidatori e senili per piacere davvero a chi, come Berardinelli, ha uno spirito giovane, e ai poeti ama fare obiezioni, e riceverne.