Recensioni / Ma lo Stato è morto davvero?

«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere»: la folgorante frase di Gramsci è la pietra angolare da cui muove l’ultimo libro di Massimo De Carolis, Convenzioni e governo del mondo. Nei Quaderni dal carcere, il filosofo in gabbia scatta una foto del quadro politico istantanea e panoramica. «Istantanea» perché in grado di cogliere un tratto peculiare di un’Europa che, tra i due conflitti mondiali, risulta intrappolata in un’impasse dalla quale non riesce a uscire. «Panoramica» perché questa doppia impossibilità, non poter mantenere l’universo che precede la Grande Guerra senza però esser in grado di costruire assetti istituzionali alternativi, rappresenta un problema ancora insoluto. Per questa ragione, il cardine di un volume dalla rara limpidezza ricostruttiva ruota intorno alla nozione di «interregno» (De Carolis 2023, p. 28). L’espressione gramsciana non indica un semplice stato di crisi ma la generazione continua e instabile di una «diversa normalità» (ivi, p. 32). Il libro si muove, infatti, a partire da un preciso assunto antropologico. Sulla scorta di Hume, la condizione umana sarebbe scandita da due ritmi di fondo. Il primo, la convenzionalità, riguarda la «concordanza spontanea di aspettative e comportamenti» (ivi, p. 38). Il secondo chiama in causa, invece, l’intervento di patti, norme, «promesse in senso lato» (ibidem) che ne indirizzino forme di espressione e direzioni di sviluppo. Sullo sfondo della contrapposizione emerge una delle tesi principali del testo. Il secolo dell’interregno, i cento anni che dagli anni venti del Novecento arriva ai nostri giorni, si caratterizza per un movimento che si potrebbe definire con due espressioni chiave: cronicizzazione esasperata dell’insicurezza e tentativo d’organizzazione diretta delle convenzioni.
A partire dalla Prima guerra mondiale, il problema della sovranità si esaspera. Quell’organismo nazionale che dal Seicento in poi era stato chiamato a gestirlo – se non a risolverlo – mostra di essere alla corda. Nel 1945 il mondo si ritrova con le nazioni, coloro che avevano causato i più temibili conflitti della storia umana, più deboli di prima. Lo Stato è nella morsa di uno schiaccianoci: la tentazione di farsi impero (si pensi ai blocchi sovranazionali delle superpotenze americane e sovietiche) e la spinta verso la disgregazione in microrealtà locali (il dramma di conflitti postcoloniali di fatto ancora in corso, le guerre separatiste dopo il crollo dei regimi dell’Est). D’altro canto, anche il rapporto tra Stato e mercato non sembra promettere giornate radiose. Tramite una raffinata ricostruzione storico-concettuale, l’autore mostra che la diarchia nata dalla separazione moderna tra potere temporale e spirituale finisce con l’acuire (e non con il dissolvere) le tensioni proprie dello scenario novecentesco. Le grandi crisi economiche mostrano la trasformazione finanziaria dell’economia di mercato. Una trasformazione che non coincide soltanto con l’esasperazione dell’ingiustizia sociale (guadagni maggiori per un numero sempre minore di persone) ma della logica che lega i due principali attori politici dello scenario contemporaneo.
Per un verso, Stato e mercato si detestano apertamente: il primo lamenta l’invadenza di corporations chiamate impropriamente «multinazionali» perché, invece di moltiplicare le nazioni, tendono a limitarne poteri e competenze. Il secondo ammonisce l’avversario sostenendo che solo una politica del laissez faire consentirà alla mano invisibile che regolerebbe il mercato di mettere ordine finalmente al mondo intero. Il volume squarcia le quinte di quella che è, per molti aspetti, una farsa. Altro che dissidio mortale tra Stato e mercato: di fatto, oggi, l’uno si mostra «il perfetto correlato» dell’altro (ivi, p. 182). Per ribadire la propria centralità e il suo potere, lo Stato nazionale si avvale delle insicurezze di un mercato che si è fatto finanziario. A partire dalla sospensione della parità aurea da parte degli Stati Uniti nel 1971, le contrattazioni azionarie e debitorie sono sganciate da ogni mezzo di misura che non sia autoriferito (ideale compendio di queste osservazioni è un testo relativamente recente: Appadurai, 2016). D’altro canto, la possibilità che ora gli Stati hanno di indebitarsi senza controllo fa sì che questi ultimi diventino preda degli istituti di rating internazionale e della logica domanda/offerta circa il rifinanziamento di somme di denaro sempre più iperboliche. Gli Stati competono tra loro e il mercato se ne giova; la finanza dei derivati prospera per superfetazione e allora ricorre alla garanzia dei fondi sovrani. Quella che sembrava una dicotomia, insiste De Carolis (2023, p. 183), è in realtà una forma «bipolare»: alla mania dello spendi e compra mercantile si contrappone il polo depressivo dell’obbedisci e rinuncia statale.
Il punto d’orgoglio del libro non si annida, però, nella sola ricostruzione limpida di questioni che, come si è potuto intravedere, sono complesse e tormentate. De Carolis evidenzia linee di tensione teorica in grado di far scorgere il profilo di un orizzonte non catastrofico tramite una lettura, emancipata da stereotipi, di una coppia anomala: Carl Schmitt e John Mainard Keynes. Il primo mostrerebbe un problema di fondo: la fiducia humeana, tipica della tradizione liberale, nella capacità dell’accordo spontaneo tra gli umani per costruire un mondo migliore è malriposta. Il piano delle convenzioni non è solo il prato fiorito sul quale distendersi in amorevoli singulti, ma anche fonte di conflitto e distruzione. L’impulso naturale all’emulazione può concretizzarsi in comportamenti divergenti: io posso emulare Napoleone e tu Gandhi; il tuo modo di emulare Gandhi può essere del tutto diverso dal mio (nei primi anni Novanta c’è stato chi, ad esempio, in nome dell’attivista indiano ha sostenuto la necessità dell’intervento statunitense in Iraq). La convenzione, infatti, si nutre di «un margine ineliminabile di libertà soggettiva, una specie di principio di anarchia e quindi anche di imprevedibilità e incertezza» (ivi, p. 40). La durata del convenzionale è duttile quanto opaca, perché organizzata dalla logica del «c’è finché c’è» (ivi, p. 113).
La convenzione va ancorata, dunque, a una «realtà istituzionale» (ivi, p. 125). Ma quale? Il tentativo dell’ultimo secolo di interregno ha giocato la carta, disperata quanto sanguinosa, dell’intervento diretto. Non più sovrapporre la norma (la promessa, l’istituzione, l’obbligo) alla realtà semi-autonoma delle convenzioni, bensì puntare senza indugio alla fonte stessa dell’ambivalenza umana manipolando «i criteri di valutazione adottati spontaneamente da ciascun segmento della società» (ivi, p. 80). Fallita l’organizzazione totalitaria della vita, l’oggetto del tentativo, cioè la leva su cui esercitare la propria forza moltiplicandola, resta invariata: la massa. Di un concetto chiacchierato e opaco il libro offre una definizione nitida e convincente, la massa è «una moltitudine che si vuole popolo» (ivi, p. 76). Hobbes costruisce un’antitesi destinata a divenire quasi proverbiale: la moltitudine legata allo stato di natura e alla guerra civile contrapposta al popolo finalmente ridotto a identità unitaria in cambio della garanzia di cieca obbedienza al sovrano statale. La massa incarna, invece, un ente intermedio e vischioso: non più moltitudine, non ancora popolo. Non proprio diniego verso ogni patto di obbedienza preventiva, ma neanche radicamento in realtà nazionali che nell’epoca del mercato globale risultano evanescenti. Il carattere informe della massa è il brodo nel quale coltivare una presa diretta del governo sulla convenzione, della norma sullo spontaneo modo di sentire degli umani. Insicurezza cronica, «incertezza relativa alla legittimità del potere» (ivi, p. 109), paura di aver paura, «impotenza» (ivi, pp. 9, 33, 98), «risentimento» (ivi, p. 200) misto al desiderio impossibile di chi «vuole la luna» (ivi, p. 150), diventano le passioni oggi prevalenti, cioè modi tipici della vita contemporanea. Ecco una lista provvisoria ma indicativa di quel che potremmo chiamare i nuovi Sentimenti dell’aldiqua, per riprendere il titolo di un volume del 1990 ancora oggi imprescindibile, cui l’autore di Convenzioni e governo del mondo ha offerto non a caso un contributo decisivo (AAVV, 2023).
Per uscire da una situazione oggettivamente oppressiva ma «misteriosa» (De Carolis 2023, p. 136) dal punto di vista teorico, la proposta delineata nelle pagine finali immagina un quadro cartesiano spregiudicato e, insieme, ragionevole: un governo del mondo non autoritario che abbia di mira gli interessi del pianeta e non della nazione singola e claudicante; ritrovare la dimensione universale dell’umano in quanto tale. «Abitare la Terra» e «appartenere all’umanità» (ivi, p. 209) sarebbero ascissa e ordinata grazie alle quali ritrovare il punto di tangenza con imperativi imprescindibili (l’emergenza climatica ad esempio) che richiedono necessariamente una risposta globale. I movimenti di protesta degli ultimi decenni (dalle primavere arabe fino ai più recenti sussulti ecologisti) potrebbero animare una figura sociale finalmente nuova, l’«anti-massa», cioè «una moltitudine composta da individui atomizzati e aggregazioni fluide» che diventi «autrice della propria energia costituente» (ivi, p. 201). Per forza di cose, la quantità di problemi che il libro sonda sfugge all’analisi superficiale di queste righe. È possibile solo limitarsi, più a mo’ di block notes che di un commento che sia all’altezza della manifattura del libro, ad annotare un paio di questioni con le quali rompere il ghiaccio.
Torniamo, allora, alla domanda finale. Da sola, la convenzione non sembra in grado di organizzare il comportamento umano, questa è l’osservazione di riconducibile alla filosofia politica di Carl Schmitt. Che istituzione costruire? Sul punto, il libro propone la nozione che campeggia sin dal titolo, il governo del mondo. In cosa consisterebbe? L’autore, esplicitamente ostile a ogni forma di autoritarismo, pare insoddisfatto del modello statuale. Allo stesso tempo, però, si specifica che l’anti-massa ha bisogno di «costruire nuovi meccanismi istituzionali» senza però «pretendere di partorire da sé stessa una struttura» in grado di «dare ordine al mondo» (ivi, p. 210). Si tratta di uno dei brani conclusivi del testo che pare compatibile con più di uno scenario teorico, forse addirittura con scenari interpretativi tra loro antitetici.
Provo a delinearne un paio. Lo scenario numero uno potremmo chiamarlo «moderato-riformista»: un mercato keynesiano che limiti la speculazione finanziaria e una manciata di Stati non nazionali (ad esempio, articolati per macroaree continentali) potrebbero essere la via per evitare l’aumento ulteriore dell’ingiustizia sociale ma pure «la fine del mondo» (ivi, p. 204). Grazie all’idea, poi bocciata dagli Stati uniti durante la Conferenza di Bretton Woods, di una «Clearing Union che avrebbe operato con una moneta di conto distinta da tutte le valute circolanti» (ivi, p. 169) sarebbe possibile creare un diverso mercato del debito. Non più sotto l’egida senza controllo del dollaro, ma in equilibro tra tutti i presti internazionali in modo tale da dare vita a un bilancio globale «sempre in pareggio» (ibidem). Questa lettura auspicherebbe di rimanere dentro i confini del mercato e all’interno della logica, seppur ora globale, del governo statale. Eppure, le due categorie centrali per la poderosa opera ricostruttiva offerta da De Carolis («struttura» e «antistruttura») vengono prese in prestito da un antropologo, Victor Turner, che fa partire la sua analisi da un altro mondo istituzionale.
È nel rito, infatti, che Turner individua la forza normativa di quel che egli chiama «struttura» (gerarchie con le quali organizzare la sfera pubblica) ed è sempre nel rito che, a dispetto del pregiudizio che vedrebbe in questa istituzione solo spirito conservatore e neofobia, un’«antistruttura» in grado di suggerire ribaltamenti sociali (ad esempio nei riti di inversione di status del carnevale), arbitrarietà del fatto presente (culto dei morti ed evocazione di una sfera ultima ultramondana), labilità trasformabile dell’ordinamento. Il libro, specie nella sua parte centrale, prova a estendere allo Stato una duplicità che secondo Turner, ricorda esplicitamente De Carolis (2023, pp. 87-88), riguarderebbe ogni assetto istituzionale. Perché non immaginare, allora, nuove forme di organizzazione della vita umana che implichino costantemente il rapporto tra struttura e antistruttura non statali? Se la coppia può evadere dal suo contesto di origine, il rito, potrà plausibilmente sopravvivere a una concrezione etico-politica ben più recente (il fenomeno è al centro, infatti, di un altro libro importante dell’autore: De Carolis, 2008). Negli ultimi anni, la comparsa di Homo sapiens sulla Terra è stata retrodata a circa 300.000 anni fa (Callaway 2017); come noto, le antiche testimonianze sapiens tendono a coincidere col ritrovamento di tracce rituali (ad esempio il culto dei morti, presente forse anche in altre forme umane come i Neanderthal o l’Homo Naledi). Lo Stato nazionale nasce, invece, solo nel diciassettesimo secolo dopo Cristo, dunque quattrocento anni fa: tra le istituzioni vige un rapporto di presenza storica di quasi mille a uno.
Ma forse non è questa la strada interpretativa corretta. Sempre per comodità, potremmo definire «radicale» lo scenario numero due. La velleità cui rischia di cedere dell’anti-massa non coinciderebbe col desiderio di evadere dalla coppia Stato/mercato ma di illudersi di poter evitare qualunque forma di struttura, evitare ogni istituzione in quanto tale. Come a dire: se la massa è la moltitudine che vorrebbe farsi popolo, l’anti-massa sarebbe la moltitudine che non vuole farsi popolo ma che, però, vuole darsi una diversa organizzazione. Altrimenti, priva di organizzazione, essa rimarrebbe massa disgregata di individui confliggenti o alleati per sole mire distruttive. Questa opzione di lettura affascina proprio perché dirompente. Essa sollecita, però, un altro ordine di questioni. In questo caso, il problema non sarebbe costituito dall’interrogativo «cosa fare dello Stato?» ma di quale sia il rapporto tra i concetti di «massa» e «moltitudine».
Il nome sembrerebbe indicarlo: «anti-massa» è l’anti della massa. La massa però pare, essa stessa, una forza antistrutturale: corrisponde a «uno dei tratti strutturali» dell’interregno (ivi, p. 69), certo, ma proprio perché è anti-strutturale per lo Stato (aspira a farsi popolo ma si rivela costitutivamente inadatta a realizzare la propria aspirazione) e in «opposizione insanabile con la società civile» (ivi, p. 76). In termini diversi: è strutturale perché forza anti-strutturale ma cieca. Il carattere doppio della nozione sembra costituire un notevole ingombro concettuale: giacché doppiamente antistrutturale (contro la massa ma anche contro Stato e mercato), l’anti-massa sembrerebbe aver bisogno di istituzioni ancora più strutturanti rispetto a nazioni in crisi ed economie autoreferenziali. In questo modo lo scenario finirebbe col prestare il fianco a un quadro ancor più autoritario dell’attuale.
Forse, però, sempre a partire dalle medesime premesse radicali, il libro invita a intraprendere un percorso diverso. Il prefisso può indicare, infatti, un’altra opzione di ricerca. L’«anti» dell’antimassa non produce un nuovo esito antistrutturale rispetto alla massa, ma un passo indietro (una inversione di «rotta pur lasciandone inalterati i tratti strutturali»: ivi, p. 90) che riporti la massa allo statuto di moltitudine. Lo scenario radicale potrebbe trovare una via d’uscita nel concepire l’anti-massa come il volto non statale di una moltitudine alla ricerca di nuove, inedite istituzioni. Se questa fosse la strada corretta, sarebbe bello poter discutere in futuro di un’ultima questione. Il testo dà per scontato che termini come «capitalismo» e «socialismo» abbiano perso «la loro forza sia polemica che descrittiva» (De Carolis 2023, p. 176) tanto che «né lo scontro tra le grandi ideologie né il loro parziale tramonto» ci offrirebbero «una chiave di lettura per decifrare un ordine così sfuggente» (ivi, p. 115). Eppure, una teoria che si concentri sulla nozione di moltitudine e non di popolo, che non condanni la massa in quanto tale ma ne veda gli intrinseci potenziali trasformativi, che metta in discussione tanto Stato che mercato non pare quantomeno un parente prossimo della critica di Marx all’economia politica?

Riferimenti bibliografici
A. Appadurai, Scommettere sulle parole. Il cedimento de linguaggio nell’epoca della finanza derivata, Raffaele Cortina, Milano 2016.
AA.VV., Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo, paura, cinismo nell’epoca del disincanto, DeriveApprodi, Bologna 2023.
E. Callaway, Oldest Homo sapiens fossil claim rewrites ourspecies’ history, «Nature», 2017.