Recensioni / Franco Fortini e la critica invisibile del letterato editore

L’efficace espressione «letterati editori» – il cui conio si deve ad Alberto Cadioli – è capace di rilevare un dato precipuo della realtà letteraria italiana contemporanea: il coinvolgimento diretto, nelle officine editoriali, di scrittori e critici letterari. La presenza, attiva e determinante, dei letterati nelle case editrici. E Franco Fortini – che pure amava riconoscersi più nel ruolo di poeta, che in quello di critico e saggista – non fu estraneo a questa dinamica novecentesca.

Fra le case editrici per cui Fortini ha lavorato con più frequenza, le principali sono Einaudi, Feltrinelli, il Saggiatore e Mondadori. E proprio sul rapporto con la casa editrice di Torino è uscito in questi giorni un saggio presso Quodlibet, Pareri editoriali per Einaudi, con l’attenta cura di Riccardo Deiana e Federico Masci. Il volume offre al lettore la possibilità di scoprire le schede di lettura di Fortini, e dunque lo sguardo critico che riservava al dietro le quinte del processo letterario.
Scritture funzionali alla destinazione e circolazione interna, i pareri di lettura sono infatti un passaggio fondamentale del percorso decisionale che porta alla pubblicazione di un’opera. Costituiscono una forma di attività critica invisibile che si effettua all’interno della casa editrice, «dove confluiscono quei giudizi dal cui equilibrio o squilibrio scaturisce l’atto di politica culturale e commerciale (e insieme di indicazione critica) che è la pubblicazione d’una o più opere letterarie.»[1].
I rapporti con la casa editrice Einaudi iniziano nel primo dopoguerra, e vedono Fortini sia nel ruolo di autore, sia nel ruolo di lettore. I suoi pareri editoriali su saggi, opere di poesia e opere di narrativa sono numerosi, seppur (quasi) sempre offerti come collaboratore esterno. Fortini, infatti, nonostante le numerosissime collaborazioni con le realtà editoriali nel corso della sua vita, si rifiuta di entrare a far parte in maniera stabile e ufficiale di una casa editrice. Con un’eccezione: la breve stagione che lo vede direttore della «Piccola Biblioteca Einaudi», proprio per la casa editrice di Torino.
Tuttavia, come ha notato Luca Daino, sarà proprio l’ufficializzazione del ruolo all’interno della casa di Giulio Einaudi a portare a una crisi, culminata nell’interruzione del rapporto, poi ripreso solamente dopo un quindicennio e nella forma, ancora una volta, della consulenza esterna.[2] Fortini, infatti, aveva colto – a torto o a ragione – una forte diffidenza nei confronti dei suoi programmi da parte dei membri del consiglio editoriale della casa torinese, diffidenza che lo aveva spinto, di nuovo, alla partecipazione solo indiretta al mondo editoriale.
Sebbene discontinua e frastagliata, e divisa in due fasi distinte (dal ’47 al ’63 e poi dal ’78 al ’83), la collaborazione con l’editore piemontese è molto significativa, come dimostra il volume edito da Quodlibet. Il materiale editoriale e d’archivio, reso disponibile al lettore, permette di osservare sia le riflessioni editoriali fortiniane – e dunque la sua visione sulla politica editoriale – sia la sua stessa poetica, e cioè la sua idea di poesia.
La voce del Fortini lettore è inconfondibile: pungente, penetrante (ed entrante), netta. Radicale. Non si risparmia giudizi tranchant e condanne feroci, e ciò emerge sia nelle vere e proprie schede editoriali, sia nei pareri di lettura in forma epistolare, raccolti in un capitolo a parte del volume. Al filologo Amedeo Giacomini, in occasione di una traduzione di Francois Villon, arriva a dire «snervato, nebbioso […] (la sua traduzione) non serve assolutamente a nulla». Per il Lunario del paradiso di Gianni Celati decreta: «un divertimento che diventa presto monotono». A Giuseppe Mainardi riserva una considerazione al limite dello sbeffeggio: «questo volumetto […] non vale assolutamente nulla».
I giudizi analitici e valoriali però mai inficiano la sua capacità di riconoscere anche l’aspetto economico e di vendibilità delle opere. Come osservano nell’introduzione i due curatori, Fortini sa individuare le possibilità di successo di vendita, anche quando questo riconoscimento si accompagna a una netta condanna letteraria. È il caso, esemplificato dai curatori stessi, del suo giudizio a Georges Perec, «straordinario nel senso di un ordinario sistematico» eppure «da pubblicare al più presto».
A ben vedere, il ruolo di arbitro poetico, Fortini lo ricopre anche in un’altra occasione: quando decide di allestire un’antologia poetica del novecento. Il Fortini antologista, infatti, ci offre alcuni spunti capaci di confermare (e però distorcere) la prassi del Fortini consulente editoriale.
I poeti del novecento – pubblicata per la prima volta nel 1977 all’interno di La letteratura italiana. Storia e testi, diretta da Carlo Muscetta per l’editore Laterza – è un’antologia d’autore di matrice ideologica, che bene quindi illumina la visione fortiniana sulla poesia e sul suo ruolo politico e sociale. Ma va da sé che, a differenza delle schede di lettura, evidenzi scelte e giudizi pubblici, e pertanto condizionati dalla diversa destinazione.
Il punto di vista adottato da Fortini nella costruzione dell’antologia è stato da molti considerato, non senza controversie, «morale», ma come ha notato Pier Vincenzo Mengaldo, questo approccio – che più puntualmente è stato definito «pedagogico» da Marco Forti – è funzionale al discorso che Fortini porta avanti. Innanzitutto ciò che emerge – già da quella zona privilegiata di soglia che coincide con il titolo dell’opera – è la priorità riservata agli individui, ai singoli poeti, e non ai movimenti o alle correnti. Fortini infatti, ha notato Donatello Santarone, curatore dell’edizione Donzelli, tende a far risaltare le differenze tra i vari autori.[3] Rivelando quindi un’evidente differenza con il resto della critica marxista, che spesso ricorre invece alla classificazione per movimenti e gruppi culturali. Inoltre, appare evidente la priorità accordata alla poesia comunicativa, anti-avanguardista, mai orfica:

«[…] proprio della parola poetica è rivolgersi a tutto l’uomo, non all’uomo “poetico”, di essere una allegoria di totalità che parla a una totalità. […] l’”educazione estetica” dell’uomo è “educazione mediante l’arte” non “educazione a capire l’arte”».[4]


Priorità che guida anche le sue scelte editoriali e i suoi pareri di lettura. In effetti l’Archivio Franco Fortini dell’Università di Siena conserva ben 500 pareri di lettura da lui redatti per Mondadori, Il Saggiatore, Einaudi e Feltrinelli su testi – editi e inediti – di scrittori attivi nel secondo novecento. Ma qual è il fil rouge di tali scritti? Cosa cercava Fortini nella poesia, aldilà della vulgata che lo vorrebbe solo “ideologico”, e nel senso deteriore del termine? Fortini cerca l’autenticità, la sincerità, la conoscenza dell’umano.
Dieci anni fa, in effetti, è uscito un’altra interessante raccolta sul contributo editoriale del poeta di Siena, “Meglio peccare fortiter”. Poeti e versificatori, ritardatari e aggiornatissimi nei pareri di lettura di Franco Fortini, a cura di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci. Il volume offre una ricca presentazione del materiale, in una premessa capace di rispondere ai nostri interrogativi. Secondo le curatrici, infatti, Fortini nella poesia cercava l’autenticità del contenuto, l’unità del tono, e un preciso controllo della materia linguistica e ritmica.[5]
Franco Fortini non apprezzava gli sbrodolamenti colti e le superfluità retoriche: a proposito dei testi di Vittorio Bodini, ad esempio, sostiene: «la poesia non c’è quasi mai; mentre un certo grado di letteratura c’è sempre»; mentre sulla poesia di Maria Luisa Spaziani: «Letteratura artificiosa, talvolta pulita, sempre abbastanza aggiornata letteratura. Nient’altro».[6] Recuperando, come ha notato Luca Daino, l’opposizione crociana letteratura-poesia, conferma l’idea che la “poesia”, per lui, sia espressione di verità umana e autenticità originale.[7] E tuttavia – e più di quanto dimostri nell’allestimento dell’antologia del ’77 – sostenendo voci poetiche coerenti con i gusti dell’epoca, con le logiche delle case editrici, con le attese dei pubblici di riferimento.
E se per Fortini il legame tra scrittura e lettura era cogente, a tal punto da proporre in sostituzione della terminologia classica “letteratura” la dicitura più attiva “lettura-scrittura”, la verità che cercava da lettore, l’ha sempre offerta anche da poeta:

Out of print

Non difenderti più.
Ma più tardi, più tardi
– quando staranno fissi
fra satin e giunchiglie
ma molto, molto tempo dopo
– quando saremo tutti out of print
certe parole
che una volta avevo curate
perché quasi certo di avere ragione
sarà molto bello vederle volare
dove il vento le vuole lavorare
come quel fumo bianco sparito il jet.

Bibliografia

[1] Franco Fortini, https://www.fondazionemondadori.it/pubblicazione/la-gioia-di-conoscere-i-pareri-editoriali-di-franco-fortini-per-mondadori/

[2] Luca Daino, La gioia di conoscere, I pareri editoriali di Franco Fortini per Mondadori, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2017.

[3] Donatello Santarone, Introduzione in I poeti del novecento, Donzelli, Roma, 2017.

[4] Franco Fortini, Un giorno o l’altro, a cura di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, introduzione di Romano Luperini, Macerata, Quodlibet, 2006, p. 256.

[5] https://www.leparoleelecose.it/?p=13502

[6] Luca Daino, La gioia di conoscere, I pareri editoriali di Franco Fortini per Mondadori, cit.

[7] Ibidem.