Recensioni / Il sax gentile (e la pistola) di Sidney Bechet

New Orleans, la città che ha dato i natali al clarinettista e sassofonista Sidney Bechet (1897-1959; a destra) è l'origine di tutto, per il jazz. E il luogo dei bordelli di Storyville, di un passato remoto mitico e mitizzato della musica afroamericana, dove sono nati anche Jelly Roll Morton (1890-1941) e Louis Armstrong (1901-1971). Bechet è stato, insieme a Satchmo, uno dei grandi solisti del primo jazz, Morton si autodefinì addirittura l'inventore di questo stile. Fra i diversi meriti da attribuire a Bechet, c'è anche quello di aver anticipato, nel mondo del jazz, la forma letteraria dell'autobiografia: la sua la pubblicò nel 1960 con il titolo Treat It Gentle.
Ora, grazie alla raffinata collana Chorus dell'editore Quodlibet, questa preziosa autobiografia è uscita in italiano con il titolo Suona con gentilezza. La mia storia (traduzione di Giuseppe Lucchesini, prefazione di Claudio Sessa, introduzione di Marcello Lorrai, nota di Roberto Ottaviano, guida all'ascolto di Stefano Zenni, Quodlibet Chorus, pp. 248, € 22). Sì, suonava con gentilezza Bechet.
La sua arte (il vibrato nel fraseggio fece scuola), sebbene esuberante, lirica e sensuale, fu meno tesa e meno angolosa di quella di Armstrong. Fu inoltre il più europeo dei jazzisti: portò questa musica per primo nel Vecchio Continente dopo la Prima guerra mondiale, visse in Francia (vi si stabilì nel 1949), dove a un certo punto fu soprannominato «Dieu» (dio). Negli Stati Uniti invece sbagliò i tempi: rientrò in America nel momento della Grande Depressione, in un Paese dove i pensieri erano altri rispetto alla musica. C'è chi sostiene che in tempi diversi avrebbe avuto la stessa gloria che ebbe Satchmo. Fu infatti anche con Bechet che il jazz transitò da un'idea di musica collettiva a quella di solismo accompagnato. Fu inoltre un pioniere e caposcuola nell'uso del sassofono soprano — da Steve Lacy, John Coltrane e Lol Coxhill, vengono tutti da lì — strumento al quale passò dopo il clarinetto, per ottenere una sonorità più piena e forte, e poter emergere, da egocentrico quale era, sugli altri. Ma fu anche il primo a registrare dei brani con la tecnica della sovraincisione (in The Shake of Araby e Bechet's Blues del 1941 suona sei diversi strumenti) e il primo jazzista a essere recensito in Europa. Non fu uno stinco di santo, come invece vuole far apparire nell'autobiografia: sparò per esempio a un povero banjoista (Mike McKendrick) ma, nota interessante, a differenza degli altri creoli che rivendicavano origini europee, lui nel libro si inventa invece un nonno africano, Omar, per legittimare le proprie origini — e quelle del jazz — nella Grande madre: l'Africa.