Recensioni / Il gotico mediterraneo abita qui

«i sembra male far fermare il pensiero sulla sintassi» è una riga dalle lettere che Natalia Ginzburg scrive a Dolores Prato mentre discutono per il titolo del romanzo Giù la piazza non c'è nessuno che, uscito in versione (molto) ridotta nel 1980 per la casa editrice Einaudi, consacrerà nella narrativa italiana il nome di Dolores Prato. E il racconto di una infanzia, che ride più che recriminare, monologa più che discutere. La lingua italiana di Prato ha echi veristi e accelerazioni futuriste, è spessa come una coperta e non sempre scalda.
La trama del romanzo sono fogli e brogliacci, l'ordito è una intelligenza narrativa sottile e brada, robusta e rancorosa che mette in corrispondenza di eco episodi che paiono sconnessi e schiodati. Le opere di Dolores Prato, scrittrice italiana nata a Roma alla fine dell'Ottocento e morta ad Anzio alla fine del Novecento, collaboratrice di giornali e riviste, sono disponibili nel catalogo della casa editrice Quodlibet (sotto la guida di Elena Frontaloni).
La vicenda editoriale della pubblicazione di Giù la piazza non c'è nessuno è lunga e piena di anse. La corrispondenza tra Prato e Ginzburg, conservata al Gabinetto Vieusseux, è appassionante per almeno due aspetti, partendo dalla constatazione che non esistono scritture più diverse di quelle di Prato e Ginzburg. Il primo aspetto rilevante è la tenacia di Prato nel non cedere a tutte le intenzioni editoriali di Ginzburg — le è grata, lo dichiara, ma è certa che il romanzo abbia senso nella forma che lei ha scelto e non in quella che Ginzburg propone — il secondo è la tenacia di Ginzburg nel riconoscere la grandezza del romanzo ma nel volerlo ridurre con una immaginazione di maggiore leggibilità e diffusione.
La vera storia di Dracula, così come la scrive Bram Stoker, negli anni Novanta dell'Ottocento, comincia con una compravendita immobiliare. Jonathan Harker, impiegato nell'agenzia che ha raccolto la richiesta del Conte, viene spedito in Transilvania per definire col ricco e, si scoprirà presto, bizzarro, compratore, l'acquisto di uno stabile a Londra. E il 3 giugno del 1890, e Jonathan scrive a Mina, sua promessa sposa, del luogo in cui il titolare dell'agenzia lo ha spedito. Un grosso lavoro nelle mani di una persona affidabile. Eppure, il luogo è tetro e notturno, spettrale.
La vera storia del romanzo, negli anni Ottanta del Novecento, Giù la piazza non c'è nessuno di Dolores Prato per i tipi della casa editrice Einaudi, comincia, nell'aprile del 1978, per una coincidenza immobiliare. Lina Bruna Mese, amica di Prato, è proprietaria dello stabile di via Biancamano, in cui ha sede l'Einaudi e così, decisa ad aiutare l'amica scorata per questioni di salute e per l'età avanzata, nella ricerca di un editore, comincia proprio da quello "che ha in casa". Il messo che l'Einaudi invia da Dolores Prato, quasi cieca e ancor più sorda, in via Fracassini a Roma, è Natalia Ginzburg.
«Dunque, entra lei scusandosi, di essere sola che Roscioni l'avrebbe raggiunta poi. Io, oltre a non vedere, non sono affatto fisionomista; sicché le domando per favore il suo nome

– Natalia Ginzburg, scrittrice
– Bastava il nome, signora».
(Prato a Brusa Mese, 26 ottobre 1978)

Ginzburg è una scrittrice affermata, ha pubblicato romanzi di grande successo, collabora con quotidiani e mensili, cerca, trova e diffonde voci nuove della narrativa italiana, ha vissuto, ha sofferto, ha ancora vissuto. Natalia Ginzburg è la persona alla quale — si mormora — l'Einaudi assegni i libri per i quali ha maggiore interesse. Un grosso lavoro nelle mani di una persona affidabile.
Lungi dal voler tirare paralleli tra Giù la piazza non c'è nessuno, Caro Michele, Dracula e la corrispondenza editoriale tra l'Einaudi, Lina Bruna Arese e Dolores Prato, è pure evidente che ciò che viene letto in forma epistolare ha la caratteristica di stare non davanti, ma intorno a chi legge, tant'è che chi legge, dopo qualche scambio, ne sa quanto i mittenti e i destinatari e così prende parte, discute, fa ipotesi o, nel caso di Dracula, ha paura. «Il tempo lo sento, ma non lo misuro. Sento benissimo di stare davanti alla porta della morte, invisibile, ma sicuramente c'è, non so a che distanza... non ho mai calcolato il tempo. Tanti miei guai forse provengono da lì». No, non è Dracula, è Dolores Prato a Lina Brusa Arese il 21 Aprile 1977. Il sogno è indagare il gotico mediterraneo che spunta di certo in Prato, Deledda, Morante e Carlo Levi, che fa capolino in Maria Teresa di Lascia e Rosa Matteucci, striscia in Simona Vinci e Mario Desiati, occhieggia in Silvana La Spina, Laura Pugno, Michela Murgia e Marcello Fois, si affila in Fleur Jaeggy, e cola fino a Donatella Di Pietrantonio, Giulia Caminito, Gabriele di Fronzo, Bernardo Zannoni e Ginevra Lamberti. Il gotico mediterraneo ha a che fare con le subordinate e gli incisi, coi tempi verbali alterati, con le iterazioni linguistiche, con la provincia cronica e la periferia qualsiasi ancora prima che con i temi. Non conviene riassumere o tagliare i romanzi di Dolore Prato — ha fallito Ginzburg, perché dovremmo riuscire noi in tempo più breve e spazio più esiguo — ma, prendendo Roma e non altro, la raccolta degli articoli di Prato per «Paese Sera» (Roma non altro, Quodlibet, a cura di Valentina Polci) si intuisce la caratteristica dello sguardo di Prato. Forse la preminente. Lo sguardo di Prato, e la sua penna per conseguenza, è telescopico. Si posa su una pietra, su un gatto, sul Tevere, su un termine e lo srotola da allora a qui, lo squaderna, lo mette in prospettiva. E come in un'illusione architettonica barocca, leggiamo e ci sentiamo piccoli e leggiamo e ci sentiamo parte. Dal gatto egizio fino a noi, Prato regala lo spessore di quella coperta che non sempre scalda ma che dice che ci siamo stati, e dunque ci saremo. In qualche forma.