Recensioni / Tradurre letteratura come abitare l'albergo nella lontananza

Chiunque abbia studiato teoria della traduzione (che ha un altro nome, che a me piace tantissimo: traduttologia) ha incrociato prima o poi Antoine Berman, un filosofo, linguista e critico della traduzione francese morto troppo giovane nel 1991. Di lui restano scritti fondamentali; il più importante, forse, ha un titolo stupendo, La traduzione e la lettera o l'albergo nella lontananza, che in Italia è pubblicato da Quodlibet a cura di Gino Giometti, morto anche lui troppo presto qualche giorno fa. In questa "lontananza", e nel trovare lì una dimensione che parli a chi riceve il testo in un'altra lingua senza adulterare il testo originale, si gioca moltissimo della pratica del tradurre. C'è la questione, a volte, della perdita del mondo di partenza, perché quel mondo non è lo stesso. Può succedere persino con gli europei. Faccio un esempio piccolo e pratico che mi sembra interessante. In una traduzione da un romanzo inglese, di recente, ho incontrato un personaggio che chiede una tazza di "builder's". Che cos'è? Un tè forte con un po' di latte, il "builder's tea", che nella cultura britannica è collegato al tè che bevevano (e forse bevono ancora) gli operai edili durante le pause. Il tè, culturalmente, non ci appartiene in quel modo, e quindi traducendo bisogna dire appunto un tè forte con un po' di latte, che è un impoverimento rispetto all'originale. Pensando al "builder's tea" ho pensato anche a quella volta che ho letto una meravigliosa raccolta di racconti inglesi in traduzione, La solitudine del maratoneta di Alan Sillitoe, pubblicato da minimum fax (penso di aver letto la traduzione di Vincenzo Mantovani). Era ambientato nell'Inghilterra proletaria degli anni Cinquanta, e i personaggi "prendevano il tè". C'era una spiegazione, credo in nota. In quel caso ho imparato qualcosa: ho finalmente scoperto che il tè era una cena presto, molto ricca, in un mondo in cui i lavoratori facevano colazione, saltavano il pranzo e dovevano mangiare alle cinque. Per questo, dopo, ho sempre notato quando in un libro inglese "antico", i personaggi prendevano il tè e non, semplicemente, cenavano. Ecco che traslitterare da un mondo all'altro, a volte, se si può, significa conservare una stranezza, perché la stranezza porta in sé una nuova ricchezza, il racconto più profondo di quello che sono gli altri da noi.