Recensioni / Il gusto della sfida impossibile

Dino Baldi, da filologo classico quai è, con il modo di vedere il mondo degli antichi ha una lunga frequentazione. Ha scritto delle loro morti favolose, dei loro prodigi, dei loro oracoli e dei loro santuari. Tutte cose che ai nostri occhi appaiono remote. Sempre con Quodlibet, nel bianco senza fronzoli della collana "Saggi'', dà ora alle stampe questo volume, che partendo da Esiodo e arrivando a Plutarco, attraversa i secoli ed esamina la formazione e la trasformazione di un paradossale sentimento, ovvero il phtonos ton theon, l'invidia degli dèi. E un concetto che suona assurdo, quasi paradossale: si può invidiare qualcuno che ha qualcosa che non abbiamo ma vogliamo, qualcuno che sta più in alto, ma come possono gli dèi invidiare chi sta più in basso, il fragile, mortale essere umano? Ma soprattutto, in che modo questa idea così arcaica, questo rapporto con il divino così misterioso, incetto ed inquietante, hanno influito concretamente sulla vita quotidiana e politica, sulle manifestazioni artistiche e culturali degli uomini di Grecia?
Questo saggio è dunque la storia di un'idea, che passa in rassegna poemi e tragedie, vicende esemplari della storia e del mito, la saggezza popolare che invita alla moderazione e il pensiero dei filosofi che ricercano uno spazio interiore per la felicità dell'uomo, sottratto al dominio del caso e degli dèi, tra Prometeo e Aristotele, Agamennone ed Erodoto, Creso e Platone. Non bisogna cercarci per forza un sistema, una chiave semplice e lineare: la vira umana non è né razionale né semplice. Naturalmente le società cambiano, e con esse valori, idee, sentimenti religiosi, significati: solo nei film hollywoodiani le culture sono blocchi monolirici che non mutano mai, tutti hanno la toga finché l'impero romano non cade e il giorno dopo si indossa la cotta di maglia, Quindi anche l'uomo greco cambia, l'invidia degli dèi diventa una formula scaramantica, un motivo proverbiale, l'invidia accusa politica, l'etica tradizionale si adatta al mutare dei tempie i miti diventano storie. II mondo omerico non è la vita quotidiana. La giustizia divina, nel mondo più ordinato della polis, viene razionalizzata e moralizzata: ma qualcosa di quell'antica visione del mondo rimane sempre radicata in quegli uomini che ci paiono così lontani nel tempo. La natura dell'uomo è duplice: ha con gli dèi un rapporto a cavallo tra sfida e timore. aspira al cielo ma teme questa aspirazione, guarda in alto con inquietudine e timore. Aleggia sì un pessimismo fatalistico, ma anche un ostinato vitalismo, il gusto della sfida impossibile: "la storia greca trabocca di storie e di personaggi che hanno provato con ogni mezzo a scavalcare il muro, e più il fallimento è rovinoso, più la storia è bella'. A volte è hybrìs, superamento volontario del limite invalicabile della mortalità imposto dagli dèi, che genera la terribile invidia. Tuttavia altre volte basta svettare, distinguersi, aver ricevuto troppo per attirare l'invidia degli dèi. Anche il solo essere felice, troppo felice, viene sentito dagli dèi come un atto di sfida alla gerarchia cosmica prestabilita. L'uomo non può e non deve essere solo felice: i1 bene é il male, la felicità e l'infelicità devono coesistere nella sua vita. Non sembra giusto, ma così è, perché ciò che è giusto per gli uomini non necessariamente lo è per gli dèi.
Ora, è affascinante notare che il sentirsi in balia di forze incomprensibili (anche se hanno murato nome; ma sempre incomprensibili restano) e la ricerca della felicità sembrano essere delle costanti per l'umanità. Basti notare la proliferazione sugli scaffali di manuali su come essere felici, come allevare figli felici e simili: l'eudemonologia è un genere più vivo che mai. Tuttavia è altrettanto affascinante notare che se la risposta odierna alla questione sembra essere una spasmodica esibizione social della felicità, reale o pretesa che sia, quella degli antichi era ben più inquietante. Ed è tutta nel titolo di questo libro.