Recensioni / Il filosofo Micali: “I giovani esitano a fare figli. Dall’eco-angoscia non ci si salva da soli”

“A mio avviso sarebbe opportuno introdurre una distinzione tra eco-angoscia ed eco- ansia: il termine eco-angoscia sarebbe più appropriato per sottolineare il senso esistenziale di minaccia diffusa e latente che riguarda tutti”. Stefano Micali, filosofo fenomenologo, è professore presso l’Università Cattolica di Lovanio e Coordinatore degli Archivi Husserl. Nel suo ultimo libro, Fenomenologia dell’angoscia (Quodlibet editore), riflette sulla natura e il significato di un termine usato troppo spesso in modo inappropriato.

Perché il termine eco-ansia, di cui oggi quasi si abusa, a suo avviso non funziona?
I termini che usiamo per definire i nostri affetti non sono mai neutrali: influiscono in modo determinante sul come ci rapportiamo alle situazioni. Il termine “eco-ansia” nasce come traduzione della parola inglese “eco-anxiety”. Devo confessare che nutro alcune perplessità sul termine “ansia” in questo contesto perché esso dice troppo e insieme troppo poco.

In che senso?
Da una parte rimarca in modo più o meno esplicito l’aspetto patologico (si parla infatti di disturbi di ansia). Dall’altra parte sottolinea il carattere immediato di un affetto invasivo (“ho un’ansia”). Dunque andrebbe riservata a quei casi in cui la consapevolezza del cambiamento ecologico diventa così onnipervasiva da avere un forte impatto sul quotidiano o sulle proprie scelte di vita. Faccio un esempio: presso i giovani la preoccupazione per gli effetti della crisi climatica è particolarmente prominente. Nel 2021 uno studio compiuto dalla Bath University in dieci diversi paesi che ha coinvolto 10.000 intervistati tra i 16 e 25 anni ha evidenziato la portata di questa ansia: il 39.1 % si è detto esitante nell’avere figli.

Quanto a suo avviso agitare il tema dell’estinzione e il terrore della fine del mondo è funzionale per la causa climatica e quanto controproducente, se lo è?
È importante soffermarsi bene sui termini “attuali” della questione dell’angoscia della fine. La crisi ecologica risveglia un senso di vulnerabilità che sappiamo gestire con difficoltà per diverse ragioni. Mi limito ad elencarne due. Nella nostra società è avvenuta una individualizzazione del rischio e del pericolo: siamo abituati a far fronte alle contingenze in termini privati e privatistici. La crisi climatica richiede uno sforzo politico collettivo che mal si accorda con la logica individualistica della prassi sociale. E in questo contesto non dobbiamo sottovalutare anche il ruolo dei social media che, favorendo una virtualizzazione del legame sociale, rinforzano tendenze individualistiche se non proprio ego-centriche.

Il secondo punto?
Riguarda l’estinzione. È evidente che nella nostra società la morte sia diventata un tabu. Già negli anni 70, Philippe Ariès mostrava come la morte scompare come fenomeno sociale ed è trattato come un problema tecnico che deve rimanere il più possibile nascosto: non si muore più a casa in un ambito famigliare, ma soli negli ospedali dopo essere sottoposti ad una serie di interventi tecnici. La crisi ecologica ci mette dinnanzi al senso della catastrofe globale: se la nostra “terra” va incontro ad un processo irreparabile, allora si avvicina la fine di tutto. Ovvero siamo confrontati con la nostra mortalità e questo non in senso individuale ma in senso collettivo. Anche solo considerando i due punti sopramenzionati non è proprio sorprendente che l’angoscia qui sorga spontanea.

L’angoscia può nascere a suo avviso però, anche, dalla negazione dell’angoscia stessa e del problema che la causa? Basti pensare all’indifferenza di media e politica verso la distruzione ambientale.
L’angoscia ha una natura complessa, e si potrebbe dire quasi beffarda. Essa tende ad aumentare se si cerca di eluderla. Forse Pessoa ha espresso nel modo più felice quest’aspetto dell’angoscia: “Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato”. Il problema nasce tuttavia anche in senso opposto: per quanto si presti attenzione all’angoscia, essa tende ad accrescere. Se iniziamo a pensare, a preoccuparci spesso all’esito di un esame, è molto probabile che nel tempo quell’esame assuma caratteri spropositati. Kierkegaard afferma che il nostro compito è quello di passare attraverso l’angoscia senza soccombere ad essa. Questo compito è particolarmente difficile rispetto alle trasformazioni climatiche. Nell’angoscia tutto tende a diventare confuso, indeterminato e il confine tra l’anticipazione e immaginazione diventa molto labile e così finiamo per trattare i nostri fantasmi come realtà future. E allo stesso tempo per eludere l’angoscia possiamo trattare realtà future come se fossero creature della nostra immaginazione.

Il fatto che la crisi climatica sia una questione estremamente complessa fa crescere l’eco-angoscia?
L’eco-angoscia aumenta sicuramente con il ripetersi di anomalie ambientali che vanno dall’aumento delle temperature alle improvvise piogge tropicali. Ma non riguarda solo il nostro rapporto con l’ambiente circostante ma mette anche in mostra le vulnerabilità individuali rispetto ad un mondo iper-complesso: ci si sente per esempio sopraffatti dalle profonde competenze scientifiche interdisciplinari richieste per valutare in modo competente ed oggettivo le circostanze. Inoltre spesso le circostanze stesse sono cosi complesse da confonderci. Le informazioni sull’effetto ambientale di alcuni processi rimangono nebulosi, anche se si cerca di studiarli a fondo. Nel suo libro “Atlas of AI”, Kate Crawford paragona l’estrazione mineraria nell’800 a San Francisco con l’estrazione del litio usato oggi per la produzione di smart-phone e di macchine elettriche come la Tesla (Tesla è l’impresa al mondo che usa più litio per le batterie). Kate Crawford evidenzia come i veri costi ambientali dell’estrazione, del trasporto, dell’assemblaggio, e dello smaltimento delle batterie rimangono sconosciuti non solo perché gli attori coinvolti sono molto accorti nel proteggere queste informazioni ma anche perché il processo interessa così tanti soggetti terzi da rendere proibitiva una sua chiara ricostruzione. Questa iper- complessità dei processi favorisce ulteriormente il senso di confusione generale. Si sa che dobbiamo intervenire ora ma non è chiaro il come e il dove e si sa anche che queste criticità, queste opacità verranno utilizzate da chi si oppone alle trasformazioni richieste.

E, allora, come si può in qualche modo convivere con l’eco-angoscia, se non ridurla in qualche modo?
Per trattare in modo adeguato le sfide climatiche avremmo bisogno non solo di informazioni accurate, di una partecipazione politica e trasparente su scala globale ma anche di una tempistica chiara e certa. Sicuramente i media possono contribuire ad aumentare la coscienza collettiva. E allo stesso tempo bisogna essere coscienti che chi, per interesse di ordine economico e politico, tende a contrastare i cambiamenti richiesti oggi non sempre sceglie la tattica più “rozza” della negazione ma anche quella più sofisticata della dilazione: “È evidente che ci sono segnali di questi cambiamenti, ma dobbiamo discuterne meglio per non fare scelte affrettate, dopo aver considerato tutti gli aspetti”. Soprattutto in sede decisionale il “parlarne troppo” può essere controproduttivo: l’azione deve piuttosto essere incisiva.