Recensioni / «Finire Leopardi» e altri miraggi

La riflessione che segue queste righe fu pubblicata col titolo Le materie letterarie da Maurizio Salabelle (1959-2003) sul secondo numero dell’almanacco letterario “Il semplice”, pubblicato da Feltrinelli fra il 1995 e il 1997. Salabelle è stato uno dei non molti autori comici italiani di valore della fine del secolo scorso. Scoperto da Giuseppe Pontiggia, che tuttavia non riuscì a farlo esordire con Adelphi, Salabelle pubblicò il suo primo romanzo, Un assistente inaffidabile (1992), grazie a un’intuizione di Ermanno Cavazzoni, all’epoca consulente per Bollati Boringhieri. Nel giro di un anno, Salabelle si trovò aggregato all’antologia Narratori delle riserve (Feltrinelli, 1992), assemblata da Gianni Celati e coinvolto negli incontri del “Semplice”. Poco più che quarantenne, Salabelle morì nel 2003, ma negli anni che ebbe a disposizione pubblicò con diversi editori alcuni romanzi brevi nei quali i suoi lettori affezionati ritrovano ogni volta la sua voce inconfondibile. Due suoi libri, La famiglia che perse tempo e Da quando sono nato, sono stati pubblicati solo in anni recenti da Quodlibet. Come tanti autori della nostra letteratura, Salabelle si guadagnava da vivere insegnando. Il suo romanzo Il maestro Atomi (Comix, 1997 e Casagrande, 2004) resta ancora oggi uno dei romanzi italiani più belli, divertenti e veri tra quelli dedicati al mondo della scuola. Il brano che segue, prima parte di un dittico intitolato L’istruzione scolastica, è dedicato a quella pratica un po’ ambigua e contraddittoria che è l’insegnamento della letteratura nelle scuole. Ringrazio Lucia Casini, la vedova di Salabelle, per la disponibilità a far ripubblicare questo brano. Dedico queste righe al libraio e amico Sergio Salabelle, fratello di Maurizio, anch’egli scomparso precocemente pochi anni fa. [Michele Farina]

In un tema in classe assegnato in un istituto superiore nel gennaio 1994, una ragazza di diciotto anni, riferendosi a un delitto del quale avevano molto parlato i giornali, scrisse di essere rimasta sconvolta dell’accaduto perché “non pensava potessero esistere persone capaci di fare del male ad altre”. Com’è possibile? Come può accadere che una persona di quell’età non sia a conoscenza del fatto che al mondo esiste il Male? Non bisogna allarmarsi: l’affermazione della ragazza non è tanto strana. È il semplice risultato dei molti anni da lei trascorsi in un’aula scolastica, e soprattutto delle troppe ore durante le quali ha assistito a lezioni di “materie letterarie”.

Tra tutte le materie che si insegnano a scuola, quelle che chissà perché vengono definite “materie letterarie” sono le più dannose. Pochi sanno, in realtà, in cosa queste consistano. Qual è il loro oggetto? Non lo sa nessuno, e tantomeno il professore. In genere, coloro che insegnano materie tecniche o scientifiche, come ad esempio matematica, chimica, dattilografia o ragioneria, sono, chi più chi meno, competenti nella loro materia: sanno scrivere a macchina o fare la partita doppia, risolvere un’equazione o un’ossidoriduzione. Chi insegna lettere, invece, non è competente in nulla, nemmeno nelle lettere. Non la conosce affatto, la letteratura; non sa minimamente cosa sia e neppure lo immagina. La conosce all’incirca quanto una mucca può conoscere la teoria dei quanti della luce. Spesso, addirittura, è un suo atroce nemico; in ogni caso non vuole averci niente a che fare e in effetti non ci ha niente a che fare.
La materia che a scuola viene chiamata “letteratura”, infatti, è un qualcosa che non ha a che fare con nulla. La sua caratteristica principale è quella di essere un lungo “riassunto delle puntate precedenti”: si parla per moltissimo tempo di ciò che si pensa sia esistito, in campo letterario, in epoche precedenti, ma a differenza dei riassunti degli sceneggiati televisivi o radiofonici non si arriva mai alla puntata del giorno, perché se vi si arrivasse bisognerebbe dire qualcosa, e invece non si ha nulla da dire. Il racconto di queste puntate è spesso concitato, affannoso, simile a una corsa: si passano in rassegna in modo convulso Dante, Pratolini, Bembo e Svevo, ma non dicendo mai nulla che li riguardi e non leggendo mai un libro scritto da loro. I verbi che si usano più di frequente per parlare degli argomenti che si stanno trattando sono “arrivare” e “finire”: “dove siete arrivati?” “siamo arrivati al Foscolo”; “abbiamo finito Leopardi”.
Molto spesso, nelle aule dei professori, gli insegnanti di lettere (che non hanno idea di cosa sia la letteratura) parlando coi colleghi pronunciano frasi tipo: “oggi spiego”. Cosa significa questo? Cosa spiegheranno? Nulla di nulla. Si limiteranno a parlare di una serie di cose che non esistono, mai esisteranno e che sono state inventate a danno dell’umanità: il Crepuscolarismo, il Neoclassicismo, il Preromanticismo e il Manierismo. Queste impalcature che non reggono niente, e che non vogliono dire alcunché, sono molto simili a delle allucinazioni. Coloro che si occupano, a scuola, di letteratura, infatti, somigliano molto alle persone che si sono perse in un enorme deserto, un deserto privo di libri, visto che non ne hanno mai letti o ne hanno letti pochi. E, come loro, ogni tanto vedono dei miraggi ai quali col passare degli anni hanno assegnato questi strani nomi.

Quando l’insegnante di materie letterarie parla ai suoi alunni di questi miraggi (che spesso chiama “movimenti” o “correnti”), non sa affatto di cosa sta parlando; in realtà ciò che dice è molto simile a un delirio, perché parla di cose che esistono solo nei manuali di letteratura o “antologie”, e sono quindi illusioni. Le persone normali, quando leggono per il loro piacere e parlano di ciò che leggono, dicono: “ho letto Kafka”, “sto leggendo Delitto e castigo”; “voglio leggere Manganelli”. Se dicessero, infatti, “sto facendo il Romanticismo”, verrebbero presi per dei malati mentali. Solo a scuola si “fa” (non si studiano né si leggono, ma, chissà perché, si “fanno”) il Futurismo, il Decadentismo e l’Illuminismo, come se ciò fosse normale.
Quando il professore di lettere “spiega” un “movimento” o una “corrente”, in realtà fa l’esatto contrario. Parla non per rendere chiaro, accessibile, ma per nascondere e seppellire. Spiegando quella cosa inesistente alla quale i suoi colleghi o i critici (suoi stretti parenti) hanno dato il nome di “Ermetismo”, ad esempio, agisce più o meno così: apre il manuale o antologia alla pagina dove è stampata una poesia di un autore che, chissà perché, è stato inserito in questa “corrente” (ad esempio, Montale) e con un pennarello nero comincia a farci grosse sottolineature, a riempirla di sgorbi, segni, note e ghirigori, fino a che quella poesia non è diventata illeggibile. Una volta compiuto questo procedimento, l’insegnante sostiene di aver “spiegato” Montale. In realtà l’ha trasformato in un orrendo pasticcio. Quando l’alunno sarà “interrogato” sulla poesia, farà sul suo libro gli stessi freghi e scarabocchi fatti dal professore, e più saranno simili a questi più il voto sarà alto.
Cosa c’entra tutto questo con il tema citato all’inizio? C’entra molto, perché la sua autrice, scrivendo, si è comportata coerentemente con ciò che le hanno insegnato le “materie letterarie”. Lei sa benissimo che al mondo esistono persone capaci di uccidere, l’ha sempre saputo: ma troppi anni di “materie letterarie”, oltre ad averle offuscato un po’ la ragione, l’hanno abituata a dire l’esatto contrario di ciò che sarebbe normale dire, a dire ciò che – in quel mondo rovesciato che è la scuola – è giusto e bene dire.

[da “Il semplice”, vol. 2, gennaio 1996, pp. 99-101].