Recensioni / Educazione e utopia. Franco Fortini docente a scuola e all’università

[È uscito da poco per Quodlibet Educazione e utopia. Franco Fortini docente a scuola e all’università, di Lorenzo Tommasini. Ne proponiamo l’introduzione, seguita da un paragrafo sulla relazione tra didattica e autorità nel pensiero di Fortini].

Maestro non è chi sempre insegna, ma chi d’improvviso apprende

L’attività didattica di Franco Fortini, prima nella scuola secondaria e poi all’università, copre un periodo che va dal 1964 al 1986 e che successivamente prosegue, con varie collaborazioni, almeno fino al 1989.
Si tratta dunque di un’esperienza che occupa una parte piuttosto estesa e intellettualmente intensa della vita di Fortini. In questo periodo infatti vengono pubblicati saggi rilevanti come quelli raccolti in Questioni di frontiera o in Insistenze e vengono date alle stampe importanti sillogi poetiche. Inoltre, la pratica dell’insegnamento lo mette a contatto con le giovani generazioni negli anni chiave dello sviluppo del movimento studentesco e della contestazione, prima nel Sessantotto e poi nel Settantasette, consentendogli un punto di osservazione privilegiato che rende possibile un tentativo di azione educativa presso i giovani che non gli sarebbe stato possibile in un’altra posizione.[1]

Ci troviamo dunque davanti ad un’esperienza che ha una grande importanza sia considerata in sé che messa in relazione con la coeva produzione e con la più generale riflessione sulla letteratura e la società. In particolare le esperienze saggistiche di questo periodo, se messe in relazione con le lezioni, mostrano una profonda organicità nei temi che può portar a ritenere gli appunti presi nelle occasioni didattiche come una sorta di prima elaborazione dei successivi articoli. Se si considera l’importanza della saggistica per Fortini, individuata come il luogo dove «il momento teorico e dialettico e l’intenzione politica»[2] si fondano reciprocamente e dove avviene la ricostruzione di «una eredità da riconquistare»,[3] si comprende altresì l’importanza capitale che viene ad assumere l’esperienza didattica per la definizione dell’esperienza intellettuale fortiniana nel suo complesso.
Non a caso il modo che Fortini aveva di insegnare la letteratura era tutt’uno con la sua esperienza di vita, sfociando spesso, come riconosce lui stesso, nell’«autobiografia». Così descrive l’atmosfera che si respirava a lezione uno dei suoi più stretti collaboratori durante gli anni dell’insegnamento:

Con Fortini non si aveva l’impressione che la politica fosse una pistolettata venuta a turbare […] l’ambiente protetto di una conversazione letteraria; la “sua” letteratura era da tempo preparata, non ad attutirla, non a restarne sconvolta, ma a riceverla con la massima attenzione e dignità.[4]

È quindi possibile cogliere l’importanza che le lezioni di Fortini hanno nella descrizione della sua parabola intellettuale. Nonostante ciò l’attività didattica di Fortini è rimasta, di solito, in secondo piano nei maggiori studi, in genere oggetto solo di qualche articolo[5] – pregevole ma necessariamente troppo sintetico per affrontare la complessità dell’intero argomento – e schiacciata dall’eco e dalla rilevanza della restante produzione saggistica e poetica, fino a veder misconosciuto il proprio valore.[6]

La consapevolezza dell’importanza di questo versante della produzione fortiniana e di uno studio che cominciasse ad esplorarla veniva però già espressa nell’introduzione al numero monografico che la rivista «Allegoria» gli dedicava all’indomani della morte, inserendola tra gli elementi necessari da approfondire per cogliere il profondo «nucleo di verità» che costituisce il maggior lascito di Fortini.

Dedicando a Fortini un fascicolo speciale […] abbiamo dunque cercato di ricostruire l’unità della sua ricerca e il senso del suo percorso, ponendo in risalto i vari aspetti della sua personalità, anche quelli meno studiati (per esempio, il suo rapporto con il cinema e con il mondo della scuola). Solo così potevamo cogliere il nucleo di verità che la sua esperienza contiene e contribuire a tramandarlo.[7]

Si può comprendere dunque l’intento che sta alla base del presente volume, cioè quello di studiare il materiale relativo ai corsi conservato presso l’Archivio Franco Fortini, tentandone un inquadramento all’interno dell’esperienza intellettuale fortiniana nella convinzione che ciò fosse utile e necessario per una miglior comprensione della sua figura umana e di studioso. Per fare questo il volume è stato diviso in due parti. La prima presenta l’esperienza didattica di Fortini in rapporto alle sue riflessioni sull’eredità e la tradizione, a quelle sulla gioventù e l’autorità e a quelle sulla divulgazione e l’industria culturale cercando di metterne in luce i tratti peculiari. Vengono qui presentati e descritti i motivi per cui Fortini giunge all’insegnamento, le più importanti testimonianze dei suoi ex-allievi, le sue riflessioni sulle antologie, il confronto con altre esperienze didattiche e il senso degli incontri con un gruppo di studenti milanesi all’inizio degli anni Novanta.

La seconda parte invece prende in esame più direttamente le lezioni universitarie, cercando di delinearne l’andamento e di studiarne gli argomenti in relazione ai saggi coevi. Sono stati individuati tre percorsi tematici principali in cui è stata divisa l’esposizione: le riflessioni di critica e teoria della letteratura, nelle quali Fortini si confronta con Auerbach, Lukács, Adorno, Contini e altri studiosi e pensatori; il tema dell’“ordine” e del “disordine” che rappresenta la principale contrapposizione socio-culturale che percorre la fine dell’Ottocento e il Novecento attraverso le esperienze delle avanguardie, dei vociani, dei decadentisti, dei simbolisti e dei surrealisti; le lezioni sui classici nelle quali Fortini affronta autori capitali per la sua formazione e riflessione sulla letteratura come Dante, Manzoni, Tasso e Leopardi.
Infine, in appendice si è voluto dar conto della consistenza dei faldoni in cui sono conservati i materiali relativi ai corsi in modo da fornire un riferimento al lettore e una prima guida per un ulteriore approfondimento.

Note

[1] Cfr. Antonio Allegra e Lorenzo Giustolisi, Fortini, l’insegnamento e la formazione, in Dieci inverni senza Fortini. Atti delle giornate di studio nel decennale della scomparsa, a cura di Luca Lenzini, Elisabetta Nencini e Felice Rappazzo, Quodlibet, Macerata 2006, p. 335.
[2] Francesca Menci, Dialettica e concezione figurale in Fortini, «L’ospite ingrato. Annuario del Centro Studi Franco Fortini», 3, 2000, p. 159.
[3] Luca Lenzini, Le parole della promessa, in SE, p. LIX.
[4] Giacomo Magrini, Modicum. Per Franco Fortini, «Paragone. Rivista mensile di arte figurativa e letteratura. Letteratura», XLV, n.s., 47-48, Ottobre-Dicembre 1994, p. 4.
[5] Tra i vari si segnalano almeno l’intervento di Antonio Allegra e Lorenzo Giustolisi appena citato, i due contributi di Emanuele Zinato, La battaglia per il «sapere comune»: Fortini e l’insegnamento in «Allegoria. Per uno studio materialistico della letteratura», VIII, 21-22, 1996, pp. 204-21 e Contro la dissipazione, per il sapere comune: Fortini e la didattica della letteratura, in Franco Fortini e le istituzioni letterarie, a cura di Gianni Turchetta e Edoardo Esposito, Ledizioni, Milano 2018 e la sezione Archivio in «L’ospite ingrato. Semestrale del Centro Studi Franco Fortini», VIII, 1, 2005, pp. 153-93 che contiene interessanti saggi e testimonianze.
[6] Una importante eccezione è la recente tesi di dottorato di Chiara Trebaiocchi, discussa nel maggio 2018 alla Harvard University dal titolo Re-schooling Society. Pedagogia come forma di lotta nella vita e nell’opera di Franco Fortini. Tale lavoro si può consultare anche on-line all’indirizzo https://dash.harvard.edu/bitstream/handle/1/40050101/TREBAIOCCHI-DISSERTATION-2018.pdf?sequence=4&isAllowed=y.
[7] Ai lettori, «Allegoria. Per uno studio materialistico della letteratura», VIII, 21-22, 1996, p. 5.

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Didattica e autorità

Un ulteriore documento coevo all’esperienza scolastica che non si può mancare di citare è il frammento Roversi, scuola, datato 1971 e incluso in Un giorno o l’altro, il diario pubblico fatto di frammenti editi ed inediti a cui Fortini lavorò a lungo e che infine venne pubblicato dopo la morte.[1] I temi principali toccati da questo testo sono due.
Il primo è la contraddizione insita nel ruolo sociale attribuito alla scuola a cui si chiede da una parte una formazione “spendibile” professionalmente, ma poi dall’altra si riconosce un fondamento legato all’idea di Bildung complessiva che si sottrae all’idea di impiego immediato e di profitto:

L’insegnamento non solo ha ma, secondo me, non può non avere e deve avere, un carattere (relativamente) astratto, ossia «intellettuale» e a verifica differita. Il giovane sentirà parlare nella scuola di amore, di politica e di lavoro prima di averne fatta esperienza. È chiaro che la quota di quella astrattezza o formalità intellettuale potrà variare; ma tendere ad abolirla equivale a voler abolire, insieme al momento dell’apprendimento, un’area che nella nostra società è momentaneamente sottratta alla produzione diretta a favore, certo, di una produzione differita ma che rimane simulacro prezioso di un tipo di lavoro sottratto ad un (immediato) profitto, a partire dal quale si può procedere verso un non-lavoro coatto o come altrimenti si voglia chiamare una più libera attività o lavoro volontario.[2]

Vale la pena notare che si tratta di una contraddizione esplicitata, sebbene in maniera meno approfondita, anche nello scritto Su un caso disciplinare,[3] a dimostrare la profonda organicità dei saggi di Fortini relativi alla pratica didattica che rende utile una loro lettura parallela.
Questa contrapposizione tra i due poli in cui si dibatte l’istituzione scolastica – quello della professionalizzazione e dello specialismo da una parte e quello della Bildung umanistica dall’altro – trova la sua rappresentazione nell’insegnamento dei processi di astrazione, su cui abbiamo già visto Fortini soffermarsi nel trattare la figura dell’intellettuale. La società capitalistica infatti, a chi deve svolgere determinati ruoli, richiede proprio l’acquisizione di alcuni livelli di astrazione, l’insegnamento dei quali delega alla scuola. Così avviene che l’apprendimento di tali processi mentali serva alla riproduzione della società presente, ma contemporaneamente anche alla «prassi sociale ossia alla modificazione della realtà sociale».[4] In questo senso, chi voglia cambiare lo stato di cose presente, non deve rifiutare l’astrazione in sé, bensì l’uso che ne viene fatto.[5] Per questo Fortini, come sostiene in un passo chiave, è convinto che «il riformismo sia, nell’ambito didattico, l’unica via ad esiti non riformisti».[6]

Il secondo tema del frammento è quello del rapporto con l’autorità, che abbiamo già trovato in Su un caso disciplinare. Infatti «la critica ai teorici della “descolarizzazione” […] si accompagna in Fortini alla distinzione fra “autorità” e “autoritarismo”».[7] Bisogna accettare «l’idea che esista una trasmissione da chi sa a chi non sa […] e questa trasmissione è – se non si ha paura delle parole – sempre fornita di autorità».[8]
Per l’epoca in cui sono stati composti, quella immediatamente post-sessantottesca, è bene collegare tali scritti con le istanze della contestazione e del movimento studentesco, con il quale, com’è risaputo – e come in parte s’è già visto – Fortini intrattiene un rapporto contrastante.[9] Da una parte infatti coglie l’importanza di alcune di esse – anche contro la condanna di altri intellettuali –[10] dall’altra se ne distacca profondamente, in particolare sulle tentate modalità di realizzazione.[11]

In particolare è possibile richiamare il celebre saggio su Il dissenso e l’autorità pubblicato, nella sua prima versione, nei «Quaderni piacentini» nel maggio 1968,[12] in cui Fortini avanza una serie di critiche al movimento studentesco perché, a suo dire, vive in maniera ingenua le parole d’ordine, le speranze e le mete della tradizione socialista.[13] Il principale rimprovero è il mancato riconoscimento della distinzione tra autoritarismo e autorità. «La lotta contro l’autoritarismo è positiva e va estesa ed intensificata nei fatti» – dice Fortini –, ma «oltre l’autoritarismo c’è l’autorità».

Mi pare che l’autorità […] si dia nella misura in cui tra due momenti della medesima persona, due persone diverse, due pensieri, due gruppi umani si realizza un consenso circa un ordine o gerarchia di valori. […] Autoritarismo è invece l’insieme dei modi con i quali si impone una data gerarchia di valori. L’autorità accettata è sempre stata imposta? Sì, dalla forza del padre, del maestro, del signore, eccetera; ma solo fino a quando, contestata, non viene sostituita da un’altra autorità, quella che si è venuta a costituendo nel corso della contestazione e che è l’altro nome della libertà.[14]

Quello che è necessario avere è, dunque, una meta, uno scopo, una «prospettiva» pubblica che sia in grado di indirizzare la contestazione all’autoritarismo. Bisogna essere capaci di dare il proprio «assenso», di riconoscere e scegliere un’autorità, per andare oltre l’apparente disuguaglianza e chiedere «l’uguaglianza delle conclusioni», cioè la «massima omogeneità dei destini e dei comportamenti come conseguenza della loro massima integrazione».[15]

Note

[1] Franco Fortini, Un giorno o l’altro, a cura di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, Quodlibet, Macerata 2006. Il frammento Roversi, scuola si trova alle pp. 434-39.
[2] Ivi, pp. 437-38. I corsivi sono nel testo.
[3] «La scuola nella quale vivete non vi dà quasi nulla di quello di cui avete bisogno e diritto: vi costringe a orari e trasporti bestiali, non vi dà la mensa promessa, non la palestra efficiente, non il “tempo pieno”, non un insegnamento adeguato, divisa com’è fra aspetto formativo e aspetto professionale» (Franco Fortini, Su un caso disciplinare, cit., p. 163; corsivi miei).
[4] Franco Fortini, Un giorno o l’altro, cit., p. 438. I corsivi sono nel testo.
[5] Si noti anche qui la convergenza di queste riflessioni con quelle di Intellettuali, ruolo e funzione in cui proprio su tale base argomentativa si rifiuta l’idea del “suicidio” degli intellettuali.
[6] Franco Fortini, Un giorno o l’altro, cit., p. 439. I corsivi sono nel testo.
[7] Donatello Santarone, La dimensione educativa in Fortini, cit., p. 173.
[8] Franco Fortini, Un giorno o l’altro, cit., p. 437. I corsivi sono nel testo.
[9] Per un primo inquadramento del rapporto tra Fortini e il Sessantotto si rimanda a Felice Rappazzo, Fortini e la cultura del Sessantotto, «Allegoria. Per uno studio materialistico della letteratura», VIII, 21-22, 1996.
[10] Tra tutti, il caso più noto è – ovviamente – quello di Pasolini, con cui Fortini polemizza in vari momenti. Tra questi il più significativo è probabilmente rappresentato dalla nota Contro gli studenti raccolta sotto il titolo di Tre scritti su Pasolini in Questioni di frontiera (QF, pp. 254-57).
[11] È possibile provare a ridurre in una estrema sintesi l’argomento: «Senza pregiudicare il giusto studio […] del rapporto diretto tra Fortini e il movimento del Sessantotto, qui voglio mettere in evidenza ciò che lo separava, non tanto da quel movimento, quanto dalle sue ricadute più funeste. Esse sono due: l’astrattezza ideologica, e l’ascetismo rivoluzionario, già in se stesso mistificatorio» (Giacomo Magrini, Modicum. Per Franco Fortini, cit., p. 4).
[12] Franco Fortini, Il dissenso e l’autorità, «Quaderni piacentini», VII, 34, maggio 1968, pp. 91-100; poi in QF, pp. 53-67 ed infine in SE, pp. 1409-25. Le citazioni sono da quest’ultima edizione.
[13] «Nulla esprime meglio la catastrofe della generazione che oggi è fra i quaranta e cinquant’anni: i giovani pronunciano le mete della rivoluzione socialista ignorandone i principi, sono più vicini agli utopisti che a Lenin. Non sanno; e dovranno imparare con pena» (ivi, p. 1411). Per un giudizio su queste posizioni, sembra equilibrata la sintesi di Felice Rappazzo: «Fortini sembra scrivere non di una materia bruciante e attualissima, non di una situazione in continua evoluzione, ma di temi generali di comportamento. Sta qui la forza paradossale dell’articolo: esso è lungimirante e profetico, coglie un fenomeno, sia pur di vasta portata, nella sua ripetitività storica, rivela i déjà vu; e, per di più, protegge i giovani dalla tentazione del “giovanilismo”; eppure dimostra, nello spazio immediato della cronaca, misconoscimento e incomprensione per le ragioni del movimento degli studenti, e non è privo di una punta di paternalismo» (Felice Rappazzo, Fortini e la cultura del Sessantotto, cit., p. 152).
[14] Franco Fortini, Il dissenso e l’autorità, cit., p. 1415.
[15] Ivi, pp. 1415-16.