Recensioni / Quant'è fresco l'«Onegin» 1937 di Lo Gatto

Parlare dell'Evgenij Onegin
(1823-'30) di Aleksandr Puskin, sviscerato e studiato praticamente in ogni suo aspetto, e ora riproposto da Quodlibet nella storica traduzione di Ettore Lo Gatto (pp. 228, € 14,00) è cosa ardua. Mi limiterò quindi a poche considerazioni di carattere generale, rese necessarie dalla poca attenzione che ancora oggi il pubblico italiano tributa a quest'opera, la prima della letteratura russa moderna, che tra l'altro sancisce la nascita di una nuova lingua letteraria, una lingua leggera, agile, proteiforme, in grado di conciliare, con quella naturalezza esclusiva della poesia autentica, un'ironia spesso dissacrante e afflati di sincera tenerezza e mestizia. Vi si narra dell'amore mancato tra Evgenij, giovane dandy vanesio e superficiale e Tat'jana, ragazza di solidi principi, in nome dei quali rinuncerà alla felicità, ma nell'economia del poema la trama ha un ruolo secondario. L'eroe primo è infatti proprio quella lingua che Lo Gatto restituisce egregiamente, donandoci un testo estremamente curato e incredibilmente vicino all'originale. Il traduttore ripropone addirittura lo schema di rime del poema puskiniano e ne restituisce la metrica, sostituendo, forse mosso dal desiderio di inserire quest'opera nel panorama culturale italiano, il tetrametro giambico, verso principe della poesia russa, con l'endecasillabo, espressione antonomastica della tradizione versificatoria nostrana. Questo trasferimento, evidenziato anche dall'italianizzazione dei nomi dei protagonisti, potrebbe essere visto con sospetto, ma Lo Gatto ci regala una versione talmente poetica e coerente che è difficile tacciare di tradimento dell'originale. In fondo certe speculazioni sono superflue di fronte a una traduzione che dopo settant'anni risulta ancora tanto attuale e fruibile da tutti coloro che hanno voglia di tuffarsi nel mondo di Eugenio e Tatiana, e per i quali le differenze tra questi protagonisti e Evgenij e Tat'jana sono un mero problema di forma o trascrizione. Per i russisti rimane il testo originale. Questa traduzione, che occupò l'autore per quattro anni (1934-‘37), rappresenta prima di tutto un atto d'amore nei confronti dell'allora nascente slavistica italiana, di cui Lo Gatto fu uno dei fondatori. A distanza di anni essa continua a stupire per la freschezza e la vivacità, ma anche per l'ottima resa della leggerezza caratteristica del verso puskiniano. L'edizione logattiana termina con le note del traduttore, in cui vengono chiariti realija e punti oscuri del poema, ma il volumetto di Quodlibet presenta anche «Due parole sull'Onegin di Lo Gatto», di D. Rebecchini, che offre interessanti spunti di riflessione sul senso del lavoro traduttologico, fondato su una ricerca e uno studio molto approfonditi che hanno permesso all’autore di penetrare il poema, in un’epoca in cui gli studi in questo settore erano ancora piuttosto scarni. Oltre che di un’altissima perizia linguistica e di una notevole professionalità, questo lavoro è indice di uno zelo e di una dedizione alla materia a cui oggi è lecito guardare con un po’di nostalgia. Non a a caso la miglior traduzione dell’Onegin di cui disponiamo è datata 1937.