Recensioni / Cadiamo, e cadremo ancora

Se si può concordare con Heidegger nel dire che un pensatore (qui, due) è colui il quale si muove e riflette unicamente attorno ad un solo problema (Heidegger, 2018, pp. 394-5); e se è lecito d’altro canto ammettere che la sfera privilegiata della problematicità è la forma interrogativa, allora il senso de Il sé comico può essere compendiato dalla domanda guida: «Come puoi prenderti cura di una cosa che non è tua» (Campbell, Farred, 2024, p. 27)?
Questa domanda, apparentemente innocua se non superflua, è visibile invero in tutta la sua pregnanza qualora venga intesa in rapporto al suo proprio campo di consistenza, ovvero alla questione della soggettivazione. Il debito nei confronti di Foucault è immediatamente dichiarato. Ma, altrettanto rapidamente, vi si oppone il correttivo fondamentale che, raddrizzando il tiro, rovescia la traiettoria. «Allora ci siamo chiesti: cosa accadrebbe se la formazione di ciò di cui parla Foucault si estendesse dall’ambito della verità e della moralità all’ambito del possesso?» (ivi, p. 9). Se il perno dell’indagine è il sé – come funzione più aperta del tradizionale “soggetto” per pensare i processi di soggettivazione – allora occorre capire «come pensare e criticare la proprietà privata, in relazione al possesso del sé e degli altri» (ivi, p. 10).
Dunque, un’espropriazione. Ma, affatto singolare, tutta atta ad interfacciarsi col possesso che fonda ogni altra forma di esercizio della proprietà, cioè quello di sé stessi. «Per come lo intendiamo, il significato di espropriare rinvia all’atto di districare l’io dal mio e l’io dal proprio» (ivi, p. 19). Così può finalmente fare il proprio ingresso la figura centrale del testo: «Il sé comico definisce quella forma – non l’unica – di relazionalità in cui l’individuo entra in rapporto con il sé, facendo diventare l’espropriazione una tattica soggettiva praticabile per indebolire la relazione di proprietà tra l’individuo e il sé» (Ibidem). Ma sintanto che il sé comico è associato ad un’azione relativa (alla proprietà, che eccede l’esproprio, anche etimologicamente), andrà chiarito che la sua stand-up comedy non è mai monologica; che il suo sipario un po’ malconcio da locale di second’ordine è da spartirsi con una spalla dal viso perennemente corrucciato, interdetto dalla proprietà su di sé che non riesce mai ad esercitare fino in fondo.
Tragica è la fede nella piena reciprocità possessiva dell’io e del mio, tragica è la maschera che ne fa il suo simulacro. È ciò che vi è di tragico nel sé: è il sé tragico. Questo «rapporto di proprietà confuso con l’identità» (ivi, p. 20) è del resto la grammatica del linguaggio stesso, «metafisica popolare» (Nietzsche 2018, p. 273). E tanto più questo fenomeno si rivela radicato nell’esperienza, anche quotidiana, tanto più radicale si rende la capacità di strappo che sarà richiesta al sé comico: «Il sé comico rifiuta come principio primo ogni possibile sutura» (ivi, p.95). Si tratterà di un rapimento, sul modello di Agostino d’Ippona, ma sublimato nella laicità necessaria ad escludere infine anche l’interiorità stessa – complemento essenziale del discorso agostiniano – in quanto insopportabile residuo della logica del possesso. Per quanto possa stupire, non è comunque la filosofia a condurre la danza (o a farsi condurre), a definire gli esercizi per questa estasi (importanti pagine sono dedicate al personaggio di Socrate come figura del sé comico e dell’espropriazione del «sé filosofico» (ivi, pp. 101-104). Gli autori lasciano correre il sé comico attraverso un dramma tutto letterario, che ne finisce per costituire una sorta di pittoresco Bildungsroman (e la temporalità sarà centrale nel testo): «La letteratura ci libera nell’espropriazione» (ivi, p. 13). Kafka, Cervantes, Shakespeare, Jacobs, Eliot. Eppure, non mancano rapine altrove.
La figura dell’elisione (elisio) viene strappata al Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, come specchio del carattere di-rompente del sé comico, sintanto che le «aspirazioni del capitale coincidono con le illusioni del sé» (ivi, p. 37). Poi Pasolini e la capacità realmente cristiana di portare la croce ogni giorno come attitudine all’autosuperamento, alla scissione capace di frangere l’inerzia della statica sovrapposizione tra io e mio. È attraverso le pagine travagliate di Una stanza tutta per sé di Woolf che di questa corrispondenza si può toccare con mano il carattere esclusorio. Di contro all’elisione del sé comico, la cui forza «si apre a uno spazio-tempo in cui il pensiero si oppone all’auto-possesso» (ivi, p. 49), il sé tragico mostra tra le pagine del Giulio Cesare di Shakespeare di essere sotto il segno dell’ellissi (che elide lo spazio tra io e mio). È la consapevolezza del carattere tragico insito nel tentativo di contrazione del sé a separare il sé comico da Bruto e gli altri congiurati.
Non una conoscenza di sé. L’esperienza dell’espropriazione riguarda piuttosto qualcosa di più «simile a un profondo auto-riconoscimento» (ivi, p.54), che al contempo non è affatto nella modalità del «conosci te stesso». Si tratta di un discorso che decentra dall’autoriflessività e dai suoi spauracchi mitologici, in un tempo, il nostro, che vive sotto il segno del tragico (ivi, p.51). «Come chiarisce Amleto, a differenza del sé comico, il sé tragico rivendica il diritto a un io che crede di conoscere veramente» (ivi, p. 71).
Se le tecnologie del sé vengono svincolate dal principio dell’epimèleia heautoù, la cura sui, non per questo il sé comico sembra ricadere nell’adiaforia dello gnōthi seautón. Alla rigida opposizione tra i due poli, cui Foucault sembra condannare la problematica del sé nella tradizione occidentale (Foucault 2011, pp. 3-21), Campbell e Farred oppongono una, qui è proprio il caso di dirlo, linea di fuga.
Il gesto iniziale, il principio fondamentale e il terreno costitutivo della condizione filosofica del sé comico, coincidono nell’affermazione di una negazione: affermare la negazione della conoscenza di sé. Il sé comico sa di non conoscersi, perciò contraddice chiaramente il principio fondamentale della filosofia: “conosci te stesso” (Campbell, Farred 2024, p. 71). Proprio come Hume, il sé comico ride della palese incongruità tra le articolazioni e i desideri del sé e la realtà di tali propositi. L’articolazione principale è la pretesa dell’auto-conoscenza (ivi, p. 82).
Ripetendo (categoria centrale in tutto il testo) la questione dell’ermeneutica del sé, questa viene espropriata dalla sua istanza proprietaria nell’atto stesso di farne il perno di un discorso sull’espropriazione in generale. È così che «il sé comico si rivela come soggetto della ripetizione» (ivi, p. 65). Né è effigie sferzante la mimo-ventriloquia politica di Sarah Cooper che, come luogo da abitare per il sé comico, ripetendo la menzogna dello stentato paternalismo trumpiano durante la pandemia la eleva alla verità del «presente attuale», termine centrale che gli autori sottraggono qui a Deleuze. Per il sé comico infatti ne va del tempo, di una temporalità più originaria che è quella propria della ripetizione che in Differenza e ripetizione Deleuze usa per divaricare l’«io penso» e l’«io sono» di Descartes: «Pensiamo a tutto il tempo che c’è tra l’io e il mio» (ivi, p. 76). George Bataille, R.E.M., Dave Chappelle, Bergson e poi il Don Chisciotte, che rappresenta sicuramente il palcoscenico privilegiato.
La vera scoperta che segna questo denso pamphlet, Il sé comico, che eccede lo spettro meramente decostruttivo e polemico, è l’apertura di un orizzonte etico nella direzione di quella che Nietzsche definiva la profondità della superficie (Nietzsche 2018, p.35). Il segreto del sé comico sta tutto nel fatto che la sua profondità non ha spessore, come il foglio di Deleuze in Logica del senso: oltrepassando una faccia si riemerge immediatamente sulla superficie dell’altra. Proprio per questo non può che essere sotto il segno della comicità – al contempo, e a maggior ragione, senza mai coincidervi completamente.
Alla serietà del tragico non si oppone la sicurezza di un dispositivo efficace in senso contrario, poiché è l’efficacia stessa la posta messa in questione: «Cadiamo, e cadremo ancora» (Campbell, Farred 2024, p. 26). Si tratta piuttosto di una modulazione, un’inversione di polarità. All’infallibilità della concrezione caratteristica del soggetto, si oppone la fallacia ripetuta e rivendicata di un’espropriazione sempre parziale: il sé comico non esibisce solo la fallibilità altrui, ma vive anche della propria. Esso «si ripete comicamente, nel senso che ripete il gesto dell’espropriazione, perché gli è chiaro che ogni tentativo di esproprio fallisce» (ivi, p.12).
Insomma «sa di non sapere e, proprio per questo, è predisposto a vedere oltre sé stesso, e asseconda una sorta di attitudine al laissez-faire alla propria lieve miopia. Può “vedere” ciò che conosce, è consapevole di ciò che non comprende (per quanto si possa essere consapevoli di ciò che è al di là della propria comprensione). Tutto ciò significa che il sé comico comprende ciò che conosce, tanto quanto conosce ciò che non comprende» (ivi, pp. 89-90). “Sbadato”, è il Sancio Panza del Don Chisciotte che noi sempre siamo. Allora per il goffo scudiero, Il riso «si fa rumoroso perché Don Chisciotte non può neanche nominare sé stesso!» (ivi, p. 73), il cavaliere dalla Triste Figura «è del tutto incapace di dissociare l’io dal mio, il che spiega perché è così ridicolo» (ivi, p.118). Il possesso di sé è solo flatus vocis. È questa la psicomachia perversa che dischiude quel «linguaggio che precede la proprietà» (ivi, p. 151), cui gli autori non fanno infondo altro che rimandare senza posa per tutto il testo.
Ben oltre la semplice coincidenza di forma e contenuto, si può dire che il testo di Campbell e Farred si estenda ad una dimensione ulteriore dello stile, ovvero a quella della performatività. È nella costante “controeffettuazione” tra vita e testo, bíos e lógos che tutto si misura ne Il sé comico (di recentissima traduzione in Italia per i tipi di Quodlibet). Così l’«espropriazione del sé» è immediatamente «il rovescio dell’espropriazione di noi stessi dall’idea (e dall’attitudine) che tratta tale relazione come una relazione di proprietà» (ivi, p. 26). Sarebbe difficile cogliere lo spessore del libro al di fuori della sua costante attitudine a performare la comicità, ad esibire in fieri il carattere impolitico del comico (il rapporto tra il sé comico e il paradigma impolitico è richiamato dagli autori stessi (ivi, p. 17), che traluce dallo stilema sincopato, elegantemente grottesco, sottilmente bizzarro del linguaggio, di cui si dispone con grande maestria e audacia.
Il sé comico corre già lungo le pagine di Campbell e Farred. Resta da chiedersi se il tempo sia pronto per questa indicazione etica, che guarda alla nudità di oggi con l’audace imprevedibilità del domani. Forse per il momento, la miglior cosa rimane riderci sopra.