Recensioni / Divine o umane passioni

Nella lirica e nella prosa di Rainer Maria Rilke gli angeli — questi «favoriti della creazione», queste «vette», questo «polline della divinità in fiore», che ha soltanto conoscenza aurorale — invidiano agli uomini il loro, faticosamente acquisito, sapere della sera, del tramonto, tanto che il poeta raccomanda di dir loro le «cose», ciò che è «semplice» e transeunte, per «stupirli» davvero. Quanto diversa l'invidia degli dèi della quale parla Dino Baldi in questo suo affascinante libro!
Per la verità, tutta la prima parte del volume discute, distinguendo tra «passioni troppo umane» e «passioni divine», l'invidia degli uomini, accomunando sotto tale etichetta generale il conflitto tra Cielo e Terra — che proprio umani non sono — nella Teogonia di Esiodo, come anche «la buona e la cattiva Contesa» (Eris), Prometeo e l'origine del male, il mito delle cinque età dell'uomo nelle Opere e i giorni, l'umana solitudine, giustizia divina e umana, e la favola dello sparviero e dell'usignolo, sempre dalle Opere e i giorni. Se questo riguarda le cose sotto l'aspetto, diciamo così, mitico, viene poi un capitolo, di nuovo appartenente alla prima parte e fondato in sostanza su Aristotele, che vede il lato "politico": «Le passioni competitive nella polis democratica».
Mi fermo qui, per il momento, per riprendere fiato e dichiarare che quello di Baldi non è precisamente un libro da leggere d'estate in barca, ma è d'altra parte un'opera decisamente "rewarding", che cioè premiai lettori che hanno la pazienza e l'agilità di seguirlo. Per esempio, tutta la sezione sul conflitto fra cielo e terra in Esiodo è illuminante, e in particolare le pagine su Prometeo, Pandora e l'origine del male hanno rilevanza non comune. Pandora, «il bel male in cambio del bene», «inganno senza scampo e grazia al tempo stesso», colei che «introduce fra gli uomini quella mescolanza di bene e di male che è il tratto caratterizzante della vita umana nel pensiero greco arcaico». Prometeo, letteralmente «colui che riflette in anticipo», è presente sia nella Teogonia che nelle Opere e i giorni: si trova, per così dire, nel punto discriminante del destino umano, sulla soglia della tragedia. Zeus nasconde ai mortali il fuoco che consente di cuocere le carni, Prometeo ruba una scintilla e dona il fuoco all'umanità. Zeus lo punisce legandolo a una roccia e facendogli mangiare il fegato da un'aquila, ma Eracle lo libera. Prima di Edipo, Prometeo e il nostro eroe, «notre semblable, notre frère».
C'è poi tutta la seconda sezione del volume, la migliore: perché più tesa, più scattante, più affascinante nell'esemplificazione. Baldi parte da un'osservazione di Leopardi del 31 marzo 1829: «II dogma dell'invidia degli Dei verso gli uomini, celebrato in Omero, e soprattutto in Erodoto e suoi contemporanei, sembra essere di origine orientale, o divulgato principalmente in Oriente. Poiché esso tiene alla dottrina del principio cattivo, ed a quelle idee che rappresentavano le divinità come malefiche e terribili; dottrina e idee aliene dalla religione della Grecia a' tempi omerici ed erodotei, come ho osservato altrove. Ed esso è l'origine de' sacrifizi, e delle penitenze, sí comuni in Oriente, quasi ignote in Grecia. L'atto di Policrate samio (ap. Erodoto) che getta in mare il suo anello per procurare a se medesimo una sventura, non è che una penitenza». In sintesi, c'è qui tutta la concezione dello phthonos, dell'invidia divina: la sua origine orientale, il «principio cattivo», la rappresentazione delle divinità «come malefiche e terribili», e dunque la nascita e la crescita di rituali come «sacrifizi» e «penitenze».
Policrate, Creso, Mida, tutti esempi di «penitenza», cioè di retribuzione «invidiosa» della fortuna o della felicità umana.
Ma per tutti noi vale la legge enunciata dalla celebre elegia di Mimnermo, Noi, come le foglie: come le foglie a primavera, godiamo di una breve stagione di fioritura, «senza che dagli dei ci giunga la nozione del male, né del bene». Le Kere, però, ci stanno sempre addosso, reggendo l'una il termine della vecchiaia, l'altra quello della morte. Se poi «il termine di questa breve stagione viene oltrepassato», allora meglio essere morti. Perché Zeus non risparmia sofferenze a nessuno: perdita del patrimonio, mancanza di figli, malattie. E insieme all'invidia divina agisce l'arroganza umana: Agamennone e Serse sono gli esempi canonici, ma tutta la letteratura antica è piena «de casibus virorum illustrium». Contro la hybris che attira lo phthonos divino valgono forse le massime di due dei Sette Sapienti, il «nulla di troppo» di Solone e «la misura è la cosa migliore» di Cleobulo, oppure gli ammonimenti contenuti nelle lodi di Pindaro.
Sarà infine Platone, seguito in questo da Aristotele, a limitare il campo d'azione dell'invidia di vina, soprattutto nel Timeo, dove la sfera di attività del Demiurgo è quella del bene e del bello. Nel Fedro, poi, il filosofo parlerà degli spettacoli e dei viaggi compiuti dalla stirpe beata degli dèi. «Quelli che ne hanno la volontà e la capacità — proclama — li seguono, perché lo phthonos rimane fuori del coro divino».