Recensioni / L'osteria è un'aula piena di maestri

Nel 1987 Franco Brevini lo incluse nei suoi Poeti dialettali del Novecento ed è da allora che il nome di Amedeo Giacomini è entrato nel canone dei migliori poeti italiani contemporanei che hanno scritto in dialetto. Per la verità si è cimentato anche nella poesia in lingua, ma i risultati più alti, pressoché per consenso di tutti, li ha raggiunti scrivendo nel friulano nativo, quello di Vanno, il paese in provincia di Udine dov'era nato nel 1939.
Proprio nel 1987 era uscita tra l'altro la sua raccolta di versi più apprezzata, Presumût unviâr («Presunto inverno»), in cui le varie istanze attive nella sua poesia hanno raggiunto un nuovo e più sicuro equilibrio: il senso un'identità personale alquanto labile e contrastata, la tensione verso un orizzonte comunitario sempre più irreale, la consapevolezza di un processo storico irreversibile che, se da una parte spezzava per sempre il legame con la terra natale, dall'altra non portava però a nessun acquisto effettivo, né pubblico né privato. Qualche anno prima, del resto, il terremoto aveva inverato come su un piano metafisico (cioè leopardiano) quello che la storia degli uomini già di per sé stava attestando. Ed è anche su questa ferita che la sua poesia è cresciuta.
Giacomini appartiene a tutti gli effetti alla cosiddetta poesia neodialettale (da Pier Paolo Pasolini in poi), che poi è quella in cui il ricorso al dialetto risponde a un'intenzione comunque colta e complessa, consapevolmente letteraria, spesso preziosa, e in ogni caso tutt'altro che direttamente mimetica. Per di più era un docente universitario, prima di Filologia romanza e poi di Lingua e letteratura friulana, il che può dire senz'altro qualcosa delle tensioni e della stratificazione sia linguistica sia letteraria di cui si nutre la sua poesia, tra riferimento alle origini e tradizione poetica, o ancora tra pulsione tellurica e mediazione formale. La vita batte forte nei suoi versi, anche attraverso la rabbia e il sangue amaro, eppure si tratta di un poeta letteratissimo.
Qualche anno fa, nel 2016, in occasione del decennale della scomparsa del poeta, la casa editrice Il Ponte del Sale aveva pubblicato tutte le sue poesie friulane nel volume In âgris rimis. Un poco diversa è adesso la proposta di Quodlibet con il volume A prezzo di parole, in cui si trovano insieme le poesie di Presumût unviâr e il trattatello in prosa L'arte dell'andar per uccelli con vischio. Quest'ultimo, uscito nel 1969, costituisce un'autentica chicca per i conoscitori dello scrittore di Vanno. E non senza ragione visto che si tratta di un testo splendido (meno riuscito è invece il suo sequel, ovvero L'arte dell'andar per uccelli con reti, del 1990; l'uno e l'altro sono stati riproposti nel 2000 dalle edizioni Santi Quaranta).
Pure il nostro trattatello è un testo straordinariamente stratificato, anche se poi ad assicurare la qualità del risultato è stata l'altrettanto straordinaria temperatura di fusione a cui sono stati sottoposti i tanti materiali linguistici e culturali confluiti nel suo crogiolo creativo, a partire dal miraggio di un'omologia tra ciò che appartiene alle origini e ciò che è fresco e nuovo, tra dialetto e lingua, tra grande codice della letteratura e tradizione popolare, o ancora tra filologia e poesia. Il risultato è una prosa che non è in alcun modo «dimessa», come scrive invece Giorgio Agamben nella sua prefazione. Al contrario, si è al cospetto di un eloquio ricercato e raffinatissimo, ad alta risoluzione formale, con uno scintillìo continuo di trovate espressive, tra aulicismi lessicali e ancor più sintattici, perseguito su un filo d'ironia cosi sottile da non farsi mai prendere con le mani nel sacco.
Capita così che l'argomentazione proceda come se tenesse d'occhio al contempo l'aula d'università e l'osteria di paese: da un lato un critico-filologo come Gianfranco Contini, insomma, e dall'altro alcuni personaggi che non sono certo membri dell'Accademia della Crusca o docenti alla Scuola Normale Superiore di Pisa. E però, indubitabilmente, i maestri di cui s'intende tramandare la sapienza insuperata qui si chiamano Vagàn, Pitta o Eugenio, volta a volta riveriti come virtuosi, esperti, savi. Anch'essi tengono lezione, infatti, e con non stupefacente competenza; basti a testimoniarlo la continua presenza di un precisissimo, impeccabile lessico tecnico, rigorosamente in friulano, in relazione alle pratiche della caccia e alle sue possibili prede.
Come leggere un libretto simile, allora? Probabilmente una lettura rigidamente ecologica si rivelerebbe la più inappropriata. La caccia agli uccelli col vischio è stata proibita da tempo ed è giusto e bene così. Ma è vero — ed è un aspetto che non deve sfuggire — che anche al tempo della stesura del trattatello era già fortemente regolamentata, e questo fa sì che il grosso del libro riguardi pratiche ormai proibite o detto altrimenti di bracconaggio.
L'«arte nobile dell'uccellare» di cui si dà conto qui è allora qualcosa di eslege, e questo pone tutto il discorso sotto il segno dell'irregolarità della poesia. E in effetti si possono leggere queste pagine come una formidabile ars poetica («il virtuoso, che mette, uccellando, non tanto se medesimo in gara, quanto la sua stessa natura d'umano»). Gli argomenti ci sono tutti: il poeta come cacciatore (di lì a qualche anno anche Giorgio Caproni batterà questa pista), la concorrenza tra natura e artificio, la tensione tra regola e esperienza, tra ispirazione («uccellatori si nasce») e competenza tecnica («qui non serve entusiasmo, ma arte»), la totalità della vocazione, il rapporto di amore e odio tra l'artefice e la sua preda, e via dicendo. Vi si trova perfino un richiamo a un compito in classe di Artur Rimbaud, da cui viene ripresa una perorazione immaginaria per salvare la vita a François Villon. A un poeta colpevole, dunque. Ed è appunto di poesia e di poeti, di colpevolezza e di salvezza che si parla anche qui.