Recensioni / “Il levitatore” – Adrián Bravi

Winfried Sebald in quella sua bellissima raccolta di “profili” di alcuni autori a lui cari che ha per titolo “Soggiorno in una casa di campagna”, dedica uno di tali “profili” ad uno degli autori da lui più amati: Robert Walser del quale ne dà questa descrizione: “Robert Walser era nato, credo, per un viaggio silenzioso…un viaggio nell’aria. Sempre…egli vuole innalzarsi oltre la pesante vita terrena, vuole dileguarsi tacito e lieve in direzione di un mondo più libero.” (W. Sebald – “Le promeneur solitaire. In ricordo di Robert Walser” in W. Sebald – “Soggiorno in una casa di campagna” – Adelphi – 2012 – p. 135). Ebbene queste stesse parole che Sebald riferisce al modo di porsi di Walser nella sua vita e nelle sue opere potrebbero essere dette, ancor più appropriatamente, con riferimento al personaggio di Anteo Aldobrandi, il protagonista de “Il levitatore” di Adrián Bravi. In quanto Anteo non solo con lo spirito ma anche con il corpo tende a sollevarsi da terra giacché è dotato, in modo naturale, della capacità di levitare cioè di staccarsi dal terreno restando sospeso, in quella condizione di “sgravitato”, in modo stabile. Ad Anteo infatti non occorre sollevarsi di tanto; seduto sul suo cuscino preferito ed incrociate le gambe, per lui “…l’importante…è riuscire a staccarsi e a mantenere una propria stabilità.”

Anteo non fa questo in virtù di particolari tecniche da lui praticate ma semplicemente perché è in possesso di quella singolare dote che egli scopre di avere all’età di quattordici anni. Dice infatti Anteo a questo riguardo: «Non ero né un prestigiatore né un fachiro o un eremita che si ritira nel deserto, non ero neanche un medium o un adepto della meditazione trascendentale. Levitavo e basta, come fanno tutte le persone normali.» E levitare per Anteo non è solo un momento della sua vita ma è un po’ il centro della sua vita, ciò che egli preferisce di più fare. Starsene appunto, in santa pace, a levitare in modo riservato e solitario, per conto suo in casa sua, lontano da occhi indiscreti e da qualsiasi possibile clamore.

Egli peraltro non ha grandi necessità ed esigenze. Ha una sua autonomia economica che gli deriva dall’eredità lasciatagli dai genitori che gli consente di non lavorare. Non ha perciò genitori di cui occuparsi, né ha figli, né “impegni” coniugali, essendo divorziato. Avendo soltanto, ancora in comune con la ex moglie Ginetta, la gestione della sua amatissima cagnolina Plotina, che egli “tiene”, in base a turni prefissati, in alternanza con Ginetta. Anteo conduce quindi una vita silenziosa ed appartata, stando sostanzialmente con se stesso, (e con Plotina), estraneo alle cose del mondo, “sollevandosi”, in tutti i sensi, da esse. In altre parole egli vive una pienezza fatta di poco sul piano materiale e terreno, ma di tanto sul piano interiore ed emotivo. Godendo esteriormente ma, soprattutto, interiormente di un profondo senso di libertà di cui la leggerezza, insita in quell’atto di levitare, ne è la sua rappresentazione e realizzazione.

E quindi riprendendo con le parole di Sebald l’analogia walseriana anche Anteo è proteso ad “…innalzarsi oltre la pesante vita terrena”, e appena può tende a “… dileguarsi tacito e lieve in direzione di un mondo più libero”, quello che egli sperimenta e vive levitando. Che gli permette di vivere la vita più intensamente, assecondandone un ritmo che è quello a cui egli si dispone: “…mi sentivo felice quando ero per aria”, dice, compenetrandola ad un livello più profondo, come egli stesso constata: “E’ chiaro che non si levita mai per il solo gusto di tirarsi su, anche se a volte lo facevo per passare il tempo o per trasognare con la mente. La levitazione mi aiutava a crare delle microidee, che riguardavano le cose che avevo letto o ascoltato o sentito, come l’odore del tiglio che veniva dal marciapiede fuori dalla finestra della camera”. Vi è insomma in questo bellissimo personaggio di questo bellissimo romanzo di Adrián Bravi una leggerezza squisitamente walseriana e, come accade nei personaggi dei libri di Walser e in Walser stesso, anche Anteo vive nell’inappariscenza, essendo anche lui fedele alla più assoluta inappartenenza a qualsivoglia istanza, credo, compito, ruolo, destino, futuro.

C’è, in tutto ciò, un’intrinseca poeticità e Bravi riesce benissimo con un tono e un linguaggio pacato e delicato a rendere, attraverso il personaggio di Anteo, questa idea di esistenza altra che, come ben sappiamo, nella reale realtà ci è negata dalla prosaicità e dalla durezza del mondo. L’immaterialità che incarna Anteo il cui significato simbolico trova nel suo manifestarsi attraverso il levitare una rappresentazione esemplare, ci parla di un modo diverso di stare al mondo. Del quale, per rimanere sul terreno delle analogie, la figura del personaggio, protagonista dell’ultimo bellissimo film di Wim Wenders, “Perfect days” – il quale vive anch’egli, idealmente, in una sua condizione interiore di “sollevato da terra” – ne è un’altra, ulteriore, significativa testimonianza. Essendovi in comune tra i due personaggi una ricerca e una pratica dell’essenza e dell’essenzialità, nella vita e della vita, dato che, per entrambi, la vita è fatta di poche e semplici cose, lontana da ridondanti e inutili occupazioni, protesa verso un centro interiore che coincide con un senso e uno stato di benessere. E tale accostamento al recente film di Wenders ci dice, altresì, quanto questo libro di Adrián Bravi, pubblicato nel febbraio 2020, non abbia esaurito per niente il suo valore e sia ancora vivo e vitale, possedendo la grandissima capacità di parlarci di noi, della nostra vita e della nostra condizione, cioè di quella “…forza di gravità che ci incatena”, la quale va ben al di là del contingente e delle contingenze del nostro presente.

E per farlo, per parlarci cioè di quanto la realtà così com’è possa trascinare verso il basso confliggendo con il salire gentile di Anteo verso l’alto, Bravi ne fa racconto e narrazione letteraria, incanalandola nella vicenda da teatro dell’assurdo nella quale si troverà catapultato e coinvolto Anteo. La quale vicenda, come una sorta di cartina di tornasole, metterà ancora più a fuoco il contrasto tra l’immaterialità di Anteo così leggiadra e la materialità del mondo così odiosa. Accade infatti, di punto in bianco, che un giorno Anteo si vede recapitare, oltretutto da un postino impiccione e insopportabile, preludio della “pesantezza” che sta per arrivargli addosso, una “busta verde pastello” con dentro una denuncia sporta da Ginetta. Nella quale denuncia, in modo del tutto infondato e immotivato, e quindi incomprensibile, Ginetta accusa Anteo di vari comportamenti persecutori nei suoi confronti che egli avrebbe messo in atto tali da farne, a tutti gli effetti, un pericoloso stalker.

Anteo, che non sarebbe capace di fare del male a una mosca, si trova così tirato dentro una storia sfuggente e inafferrabile proprio perché priva di fondamento, nella quale egli deve difendersi da accuse relative a cose che non ha commesso, venendo però messo nella posizione di dover dimostrare che non le ha commesse. Ne scaturisce una vicenda dai risvolti kafkiani nella quale Anteo si ritrova spaesato e smarrito, irritato e scocciato, in realtà, più che altro – sentendosi a posto con la sua coscienza – per il fatto che tutto ciò gli impedisce di levitare avendolo, quella vicenda, “sconcentrato” e avendogli fatto perdere la sua armonia e il suo equilibrio interiore. Anteo si viene a trovare insomma in una condizione che gli impedisce di “…sgravitrasi e staccarsi da quel pattume di incombenze…che…vogliono tirarti giù”.

Bravi conduce la narrazione sui toni del grottesco e del surreale stemperando, con la levità e l’ironia della sua prosa, la gravità e le grevità della vicenda nella quale Anteo si trova ingabbiato. Le buste “verdi pastello” si susseguiranno dando vita a un iter penoso e avviluppante fatto di convocazioni presso i carabinieri, ammonimenti del questore, “chiamate” da parte delle assistenti sociali, fino a sfociare in un vero e proprio processo penale. Dove colui che è il vero ed effettivo perseguitato cioè Anteo dovrà difendersi dall’accusa di essere un persecutore rivoltagli da Ginetta che è in reltà colei che lo sta perseguitando, in una paradossale e maligna inversione di ruoli e di colpe. L’ accanimento di Ginetta, contrassegnato da una perfidia senza limiti, dato che arriva persino ad accusare Anteo di maltrattamenti nei confronti di Plotina, è reso ancora più subdolo dal fatto che non le dice “in faccia” ad Anteo quelle accuse ma le veicola attraverso gli atti giudiziari, rivolgendosi sempre e soltanto alle cosiddette “autorità competenti”. Ginetta, infatti, salvo le circostanze alle quali sarà obbligata dal processo, è una presenza senza volto, che non si mostra, il che accentua ancora più il suo essere personificazione di quell’ idea del mondo inteso come mondo ostile che, un po’ metafisicamente, incombe su Anteo. Di Ginetta infatti non sappiamo praticamente niente, sappiamo, però, guarda caso, che, di cognome, fa Guerra.

Le vicende giudiziarie determinate da la “questione Ginetta” che impediranno ad Anteo di potersi dedicare a quella sua arte del levitare lo porteranno, tuttavia, ad avere una serie di “incontri” che lo metteranno in contatto con delle figure femminili che, a loro modo, saranno come delle “fatine” venute in suo soccorso, che si prenderanno cura di lui, ponendosi in modo solidale e partecipe rispetto a quella sua disavventura. Dall’ avvocatessa Fiorella che si offre generosamente di difenderlo, alla attraente accuditrice di animali Letizia Cavalcanti che lo ascolta paziente e lo coinvolge nel suo mondo popolato di animali nel quale anche Plotina sarà coinvolta. E sebbene Anteo si innamori di Letizia Cavalcanti, da ella ricambiato, tuttavia il levitare, con ciò che esso implica in termini di bisogno di stare con se stessi, resterà la sua necessità primaria e il suo bisogno più ardente e vitale.

E seppure oltremodo avvilito e sconsolato per il protrarsi snervante di tutta quella storia Anteo riesce a mantenere un “ancoraggio” a se stesso e alle cose. Non comprende ma non si adegua, non protesta ma non subisce, lasciando che le cose facciano il loro corso, abituato dal levitare a prendere le distanze. Anteo, insomma, non prende di petto quel flusso di non senso nel quale si è trovato risucchiato lasciandolo sfogare finché esso non perderà da solo la sua forza e la sua invasività, “…perché” egli dice “la levitazione vuole anche questo: che chi levita sappia, comunque, restare a terra e accettare la realtà delle cose, per poi, a tempo debito, superarle e, una volta superate, tornare in aria.”

“Il levitatore” è, in fondo, una favola che ci parla di un “brutto sogno” ma raccontato con un tono colloquiale e affabulatorio che vira di continuo nel comico, il che conferisce alla forma oltre che al contenuto una leggerezza avvolgente. Tra le sue possibili chiavi di lettura “Il levitatore” lo si può leggere come un apologo sull’insensatezza del mondo e sulla sua assurdità. Un’ insensatezza dalla quale possiamo, inopinatamente e incomprensibilmente, essere in qualsiasi momento catturati come accaduto ad Anteo, finito dentro la ragnatela dell’ “insensata” Ginetta. Ma, al tempo stesso, ” Il levitatore”, a quel non senso e a quella insensatezza, contrappone un’ idea del mondo e dello stare al mondo che, al di là di ogni retorica, si basa sullo stare in pace con sé e con gli altri, ancorandoci all’ essenza e all’ essenzialità delle cose e imparando anche noi a “sollevarci”, a modo nostro, un po’ da terra. Perché, come ha detto Adrián Bravi in una sua intervista, “Farebbe bene a tutti se riuscissimo a farci una levitatina ogni tanto, giusto per capire meglio il mondo in cui viviamo.” (Da un’ intervista a Adrián Bravi apparsa su «Quotidiano.net» il 2.8. 2020).

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