Recensioni / Dolores Prato racconta con asciuttezza storie di umiliazione e di estraneità

Tutta l’opera di Dolores Prato esiste nella celebre antinomia pirandelliana, per cui la vita «la si vive o la si scrive». Il notevole racconto Scottature, uscito nel 1996 da Quodlibet con una postfazione di Alejandro Marcaccio, arriva ora con un ampio saggio di Elena Frontaloni (animatrice del Centro Studi dedicato all’autrice nella sua città di Treia) e un interessante dossier di lettere (pp. 84, € 12,00). La prosa, prima dell’esordio ufficiale clamoroso e travagliato, a novanta anni, con Giù la piazza non c’è nessuno, è uno dei pochi casi di opera edita. Per la precisione all’interno dell’interessante concorso letterario Stradanova, voluto a Venezia dal libraio ambulante (con banco assai frequentato a Santissimi Apostoli) e poeta Luigi Bonometto, che aveva chiamato in giuria i suoi amici Aldo Palazzeschi, Aldo Camerino, Diego Valeri e Manlio Dazzi, Ugo Facco de Lagarda.
Per insistenza di quest’ultimo era andata alla premiazione a Venezia, dove aveva ottenuto un premio in denaro di trecentomila lire. La prosa, magnifica nella sua secchezza, era tratta in realtà da un precedente tentativo di concorso letterario (forma prescelta dall’autrice per tentare di trovare una via alla pubblicazione) a Taranto, per una competizione su tema marino, a cui aveva presentato un romanzo intitolato E lui che c’entra, narrando della relazione di simbiosi tra una giovane donna e il mare. La descrizione che Dolores Prato dà di sé in una lettera a Palazzeschi del maggio 1972, rievoca il momento tragicomico della premiazione veneziana, a cui si era recata in un momento in cui era sconvolta per l’abbandono del compagno. Le parole che usa potrebbero essere tratte da Scottature: «Ridicoli, chi più, chi meno, agli occhi degli altri lo siamo tutti, ma in quell’epoca, sconvolta da un dolore pazzesco, io lo ero in maniera totale».
Come in tutte le altre scritture l’umiliazione di fronte a una realtà che non si comprende è il tema dominante. L’inizio del racconto è in convento, in cui le suore-insegnanti parlano sempre di misteri celesti e di scottature, gravi e violente, che toccano alle malconsigliate che abbandonano la reclusione religiosa («che non permette la nascita di sogni nuovi») per andare nel mondo. L’identità che narra è priva di legami familiari diretti, soffre per il dramma di una esistenza che l’opinione comune definisce illegittima.
Nell’isolamento claustrale arrivano tentazioni dall’esterno: la proposta di uno zio emigrato in Argentina di trasferirsi là per sposarsi con un giovane da lui scelto, alternativa troppo clamorosa e, più semplice e tentatrice, l’offerta della sorella «legittima» di una gita al mare, mai visto. Quella avventura, a lungo desiderata, si risolve in catastrofe: ossessionata dal prendere il sole la neofita della vita di spiaggia continuamente si bagna e si espone, finché la sera si ritrova gonfia e dolorante per le ustioni che si è procurata. L’umiliazione estrema porta conoscenza: al ritorno nel collegio la voce narrante trova il coraggio per ribellarsi alla continua definizione di sé dalle suore e afferma la sua volontà.