Recensioni / Infettati dalla tratta

Quanto la schiavitù ha corrotto le nostre società e, in ultima analisi, ognuno di noi? Quanto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo (e ancor più spesso sulla donna) infetta tutto il vivere civile e i singoli: gli oppressori, le vittime, gli spettatori? Sono forse queste le domande più commoventi che tormentano un ex bambino rapito attorno al 1745 nella zona di Isseke, regione di lingua igbo dell'attuale Nigeria, allora nel fiorente regno del Benin. Venduto come schiavo, imbarcato su una nave negriera, divenuto marinaio, poi barbiere e commerciante, scampando di continuo alla cattiva sorte: la sua autobiografia si legge quasi come un romanzo d'avventure - tali e tanti sono i luoghi che visitò (finì persino intrappolato nei ghiacci dell'Artico), i pericoli cui sfuggì, gli antagonisti che fronteggiò. L'incredibile storia di Olaudah Equiano, o Gustavus Vassa, detto l'Africano, scritta da lui stesso, è ora tradotta in italiano per la prima volta da Giuliana Schiavi che, considerata la modernità delle riflessioni dell'autore, ha deciso di renderle in uno stile attuale invece di ricrearne uno "finto antico".
«Il commercio degli schiavi non è forse in grave conflitto con la compassione umana? E, di certo, ciò che ha inizio dall'abbattimento delle barriere della virtù comporta, nella sua persistenza, la distruzione di ogni principio e sprofonda ogni sentimento nella rovina!» osserva quest'uomo che imparò a scrivere e a far di conto grazie a un giovane ufficiale poco più grande di lui che, «all'età di quindici anni, rivelò una mente superiore al pregiudizio non vergognandosi di considerare, frequentare e servire da amico e maestro un ignorante, straniero, con una diversa pigmentazione e per giunta schiavo quale io ero».
Equiano fu testimone del middlepassage, il passaggio attraverso l'Atlantico di sessantamila africani all'anno che, se sopravvivevano alviaggio, dal Nuovo Mondo non tornavano mai, e di ogni genere di violenza schiavista. Come un «negro [che] fu mezzo impiccato e poi arso vivo per avere tentato di avvelenare un sorvegliante feroce», nelle Indie Occidentali dove «con ripetute crudeltà, quei poveracci sono prima portati alla disperazione e poi uccisi perché ancora in possesso di quel po' di natura umana che li spinge a porre fine alle loro tribolazioni e a vendicarsi dei loro tiranni! ». Divenuto esperto navigatore, gli furono affidati «diversi carichi di nuovi negri per la vendita; ed era pratica pressoché costante, da parte dei nostri impiegati e di altribianchi, fare violento scempio della castità delle schiave e, seppure con ripugnanza, io ero ogni volta costretto a cedere, del tutto incapace di aiutarle». Affrancatosi, visse in Inghilterra e, oltre alle sue memorie - dove ci sono anche profetiche considerazioni su come i guadagni dello schiavismo avrebbero potuto essere sostituiti dalla trasformazione dell'Africa in un mercato - scrisse anche alla regina, sperando di fermare la tratta e abolire la schiavitù.
Sullo scempio delle giovani schiave insiste anche un'altra slave narrative da poco riedita, con una nuova traduzione: La vita di una ragazza schiava raccontata da lei stessa, di Harriet Jacobs, uno dei testi fondanti della narrativa americana dell'Ottocento, firmato da una donna nata nella Carolina del Nord ne11813. Un resoconto così appassionante da essere a lungo considerato romanzato: venne riscoperto solo nel 1987, ispirando, tra gli altri, il capolavoro Amatissima (1987) di Toni Morrison e il meno entusiasmante, ma popolare, La ferrovia sotterranea (2016), di Colson Whitehead.
È la storia tragica, per certi versi ancora molto attuale, di un padrone che vuole appropriarsi del corpo e della volontà di una ragazzina schiava, e del caparbio tentativo di lei di sottrarre al suo dominio almeno ifigli che potrebbe generare e che invece sarebbero appartenuti a lui. Ciò che la sconvolge, al di là delle continue violenze subite, è quel che arriverà a fare nella speranza di non dover cedere i figli, perché «la condizione di una schiava confonde tutti i principi morali e, infatti, li rende impossibili da praticare». Domina il racconto lo strazio delle madri - compresa la nonna della protagonista, che nonostante fosse rispettata e stimata e avesse abbastanza soldi per affrancare lei e ifigli, non riuscì a farlo né a difendere la nipote. Sullo sfondo una terra «Dove la risata non è gioia, né il pensiero un ragionamento; / Le parole non sono una lingua, né gli uomini l'umanità. / Dove il pianto risponde alle maledizioni, le urla alle percosse, / E ognuno agonizza nel proprio inferno solitario.» (la citazione da The lament of Tasso di Byron è fatta dalla stessa Jacobs). Come in Equiano, che accusava lo schiavismo di «corrompere l'animo degli uomini e renderli insensibili a ogni sentimento di umanità», è anche qui incessante la riflessione sulla degradazione che abuso, disuguaglianza e sopraffazione infondono nelle persone, comprese le mogli dei padroni stupratori, che finiscono per odiare le ragazze violentate. E commovente l'incredulità verso queste abiezioni che entrambi gli autori hanno saputo mantenere, aiutati forse anche dall'aver incontrato bianchi e bianche che a tal modo di comportarsi si opposero, più nei fatti che a parole, più di nascosto che apertamente, ma quanto bastò per salvarli.
Nato quasi mezzo secolo dopo Jacobs, nel 1860, Esteban Montejo ha 104 anni quando l'etnologo cubano Miguel Barnet lo incontra e decide di registrare e ordinare cronologicamente il racconto della sua vita in Cimarrón. Biografia di uno schiavo fuggiasco, appena riedito in una traduzione rivista. Italo Calvino lo definì «uno di quei rari casi in cui il "materiale" etnografico e sociologico assume spontaneamente, e per la sua forza interna, unvalore poetico e letterario ». Montejo, venduto ancor prima che si potesse ricordare dei genitori, scappa e si nasconde per anni tra i monti di Cuba, dove «ha inizio un favoloso dialogo con la natura e gli animali della montagna tutto intriso di magico, che è tra le cose più suggestive del libro», osserva Calvino, affascinato dalla parlata, che «non è propriamente spagnola, ma cubana: una lingua informazione dove si mescolano lo spagnolo e l'africano, sempre creativa, talvolta arcaica, costantemente immaginifica, che ha qualcosa degli splendidi colori del Doganiere di Rousseau». Un testo che dà conto anche della guerra di liberazione, e che rappresenta una fase successiva rispetto ai racconti di Equiano e Jacobs: i ricordi dell'Africa sono ormai scomparsi - impossibile tramandarli a figli strappati ai genitori da piccoli - e si stanno formando, accanto a una nuova lingua, un nuovo immaginario e una nuova mitologia, dove il cimarrón diventa il simbolo di una «genealogia della rivolta e della dignità», osserva Elena Zapponi citando Aimé Césaire.