Recensioni / «Pietre di pane». Nel saggio di Teti restanza ed erranza nei paesi del Sud

Quodlibet ristampa, a tredici anni dalla prima edizione, un bel saggio dell'antropologo Vito Teti, Pietre di pane. Un'antropologia del restare (pagine 220, euro 20,00) che è diventato ben presto un libro di riferimento obbligato per chi studia il nostro Sud e la nostra Italia, dove ai migranti e ai restanti si aggiungono, molto più raramente, i ritornanti.
La parola «restanza» è entrata nell'uso corrente grazie a Teti, che ha così intitolato un saggio einaudiano di diversi anni addietro, e ha di già una sua storia, nel significato di coloro che non abbandonano i paesi della scarsità per quelli dell'abbondanza, ma anche, mi pare, di quelli che, nel disordine del mondo di oggi e nella previsione di tempi non migliori di questi già così incerti, scelgono di «tornare» sui luoghi della loro origine, per rimanervi, costi quel che costi.
Non sono così rari, oggi, neanche coloro che, cresciuti nelle città, scelgono di vivere in un paese, spesso in gran parte abbandonato dai suoi abitanti originari. Si tratta di «nuovi contadini » che fanno tornare alla mente la scelta di giovani disoccupati di abbandonare le grandi città per spostarsi nelle campagne interne negli Usa della Grande Crisi (e mi torna in mente, con il desiderio di rivederlo, un bel film di Ring Vidor, Nostro pane quotidiano, così come un film muto del grandissimo Dovzenko La terra, che sosteneva piuttosto — ché la rivoluzione si può e si deve farla dovunque! — di non abbandonare le campagne.
Di Vito Teti sono lettore da sempre, e ne apprezzo oltre alla scienza il gusto del narrare, poco «universitario». E per chi studia il nostro Sud e la nostra Italia, dove ai migranti e ai restanti si aggiungono, molto più raramente, i ritornanti. anche in Pietre di pane rispunta, ovviamente, la parte del poeta, che non s'accontenta di analizzare descrivere interpretare ma che investe nel suo lavoro una sorta di passione civile che nasce dal far parte anche lui dell'ambiente che descrive, delle scelte che racconta.
E anche questo ha una storia, dei modelli certificati da una letteratura calabrese molto più mossa di quanto non si voglia, e lo stesso titolo del saggio di Teti ha un'origine «regionale», nella descrizione di Corrado Alvaro di un pane duro e che fa anche pensare alla pietra, alla resistenza della pietra.
La restanza è il contrario dell'erranza, ma Teti non se la sente, elogiando la prima, di condannare la seconda, e intende analizzarle entrambe, di metterle a confronto insistendo bensì positivamente sul significato del restare e del tornare.