Recensioni / Dalla carta velina all'abito in 3D tutto cominciò col cartamodello

Il cartamodello, per lo più, è qualcosa che releghiamo alla soffitta dei ricordi, vecchie riviste fai da te o forse mamme e nonne che avevano confidenza con questi grandi fogli di carta velina, segnati da linee e trattini. Di fatto il cartamodello ha una storia precisa, che affonda nei secoli e certamente non è scomparso, si è solo trasferito di casa. Si capisce allora anche il titolo di Colomba Leddi che firma, in sinergia con la giornalista e scrittrice Lisa Corva: "Cartamodello. Dal bidimensionale al tridimensionale" per la collana Naba di Quodlibet (pagg. 237, euro 27). Leddi lavora come costumista teatrale e cinematografica, è docente del BA Fashion Design alla Naba, la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano ed è figlia d'arte. Soprattutto è stilista, ha un suo Atelier che è un piccolo epicentro di energia creativa dove tutto diventa arte, tutto ciò che le piace, un petalo, una foglia o qualsiasi altra forma.
Anche la confezione del libro è singolare, prevede infatti dei cartamodelli (ordinatamente ripiegati) sia all'esterno che all'interno del testo. Ma quello che ci racconta è proprio la storia di questo genere e la sua evoluzione, senza alcun eccesso teorico, anzi, aldilà delle brevi notizie storiche, quello che ci restituisce sono informazioni pratiche precise, coadiuvate da foto e disegni. Insomma delle vere e proprie istruzioni per l'uso di varie tipologie di orditi e forme. Per esempio: cosa fare con un rettangolo di tessuto? La risposta va dal kimono ad abiti tradizionali meno conosciuti come il tilke o il gavoi, a cui naturalmente seguono i cartamodelli per realizzarli.
Leddi e Corva ci fanno trovare la moda anche lì dove è più arduo individuarla. Per esempio con l'Abito-Mondo, realizzato da Nanni Strada per un concorso indetto dal governo libico per ideare un abito nazionale arabo-islamico, nel rispetto delle regole coraniche. Un evento che portò la stilista a studiare un capo bidimensionale da confezionare in casa. Al di là degli esotismi, il libro ci suggerisce che "Vestirsi è facile", ne è testimone l'Archizoom Associati che già negli anni '70 rifletteva sull'abitare, sulla città e sul mondo, compresi gli abiti, puntando su forme elementari e utilizzando ogni pezzo di tessuto. Il punto è che il tessuto è bidimensionale e il corpo è tridimensionale, per ideare un abito quindi ci sono molte strade. Si possono fare gli abiti- busta — come i modelli orientali citati — o procedere con il 3D, sfruttando magari l'elasticità dei tessuti (e qui Myake docet). Un esempio, in tal senso, lo offre anche il cinema con i mitici costumi di Barbarella, disegnati da Jacques Fonteray.
Tornando al cartamodello, Leddi traccia una storia della sartoria e della moda, rievocando grandi manuali storici: dai tre volumi di "Patterns of Fashion", che indagano gli abiti da donna dal 1560 al 1940, fino a "Il Sarto Tagliatore da Signora" del 1926, di Giuseppe Peterlongo. Soprattutto si evidenziano le differenze tra passato e presente, tra ciò che era l'opera sartoriale rispetto a quella industriale. Il discrimine è presto detto: l'unicità. Se un tempo un capo era fatto ad personam, oggi la regola dell'industria è produrre modelli che si adattino a diversi corpi. Chi riesce a coniugare questo è quello è, per esempio, Miao Ran, uno stilista italo-cinese. E c'è anche chi, come Lorenzo Seghezzi, riesce a declinare forme ottocentesche al pop queer (i suoi corsetti hanno vestito anche i Máneskin). E poi ancora l'abito narrato, l'abito poetico.
Il futuro comunque è quello della progettazione 3D, motivo per cui l'Accademia Naba sta investigando i nuovi metodi digitali, sempre affiancati a quelli artigianali. Infine istruzioni per ben cinque pezzi dell'Atelier Colomba Leddi, ognuno con il suo cartamodello, dalla giacca cinese ai pantaloni coulisse. Ai disegni si affianca un'energica gallery fotografica che prevede bizzarri capi di stilisti celebri ed emergenti, oltre che delle sartorie che hanno vestito il cinema.