Recensioni / Perec, il coraggio di rileggerlo

C'è un sentimento abbastanza confuso che in genere si prova incontrando, a vent'anni di distanza, una persona che sia stata il nostro amore dell'adolescenza. Da un lato la tenerezza, i ricordi, la gratitudine per aver contribuito a quel groviglio di pensieri e pathos che noi chiamiamo giovinezza; dall'altro sollievo, stupore, e quella frase sospesa nell'aria: «Dio, ma cos'è che ci trovavo?». Questo per dire innanzitutto che siamo grati alla Quodlibet, casa editrice raffinata che sta ristampando vecchi testi da tempo assenti dalle librerie, e che oggi ha voluto regalarci "Un uomo che dorme" di Georges Perec (centoquarantaquattro pagine di analisi accurata della giornata di un tale che decide di non fare nulla). E poi per ammettere che il nostro rincontro con Perec è stato qualcosa di traumatico, che ci ha portato a considerare una fortuna che, fuori dalla cerchia del famigerato Oulipo, la letteratura potenziale sia alla fin fine rimasta in potenza. Cos'era accaduto in quegli anni Sessanta, in cui si pensava che la distruzione sistematica del romanzo avrebbe portato alla salvezza? E perché mai noi tutti, cresciuti tra i fumi di Perec e Queneau, abbiamo conservato un ricordo felice di quelle sperimentazioni ma non abbiamo più avuto il coraggio di riprenderle in mano? Lo avessimo fatto, ci saremmo accorti della differenza che corre tra un romanziere e un teorico, di quanto il secondo invecchi in fretta e di quanto fallaci, benché emozionanti, possano essere i colpi di fulmine.

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