Recensioni / L'esperienza vissuta della libertà nell'assenza di Dio

«Questo libro è solo l’abbozzo di una mia fantasia, non è definitivo e per questo non va pubblicato». Posizionata in una nota alla fine di un’opera che avrebbe dovuto essere il primo capitolo di un’opera mai più sviluppata, questa avvertenza di Alexandre Kojève a L’Ateismo avrebbe potuto scoraggiare ogni operazione editoriale. Così non è stato, come accade per i lasciti ingenti di filosofi, spesso e volentieri più ampi delle opere pubblicate in vita. Pensatore di ambizioni sistematiche, al punto da aspirare al sogno impossibile di un «sistema del sapere» sul modello delle grandi filosofie da Platone a Hegel, Kojève ha affidato a questo testo giovanile, scritto a ventinove anni nel 1931, e già pubblicato in Francia una decina d’anni fa, molti dei temi di quella che diventerà, nel corso degli anni successivi, la sua proposta di «religione atea». A ragione, Marco Filoni e Elettra Stimilli, i curatori di questa edizione italiana, hanno riproposto il flusso magmatico del testo così come è stato redatto dal suo autore, senza capitoli né paragrafi, per sottolinearne la duplice importanza.

Da un lato, l’ateismo pone le basi dell’antropologia kojèviana: l’uomo è cosciente che dopo la sua morte non ci sarà più niente e quindi è libero di vivere la propria vita. Dall’altro lato, questa posizione rivela un paradosso: se al di là del mondo c’è il «nulla», allora questo «nulla» esiste, in altre parole è un «fatto»: insomma l’uomo fa esperienza di quel «nulla» che è pur sempre il Dio che vuole negare. Non è dunque un caso che il giovane Kojève abbia abbozzato una «religione atea», essendo partito dall’idea che tutti gli uomini fanno esperienza della religione, anche se non tutti identificano tale esperienza nel culto di una divinità. È piuttosto la certezza di un’assenza, quella di Dio, a permettere loro di essere «uomini», e vivere di conseguenza, liberamente.

L’ateismo diventa così l’esperienza antropologica fondamentale a partire dalla quale l’uomo si distingue dall’animale. Letta così, questa prova kojèviana è paragonabile alle più mature riflessioni sul tema che Martin Heidegger aveva sviluppato nel 1929 nella sua celebre conferenza Che cos’è metafisica? La formula, suggestiva, di una «antropologia atea» verrà in seguito applicata da Kojève anche alla sua interpretazione della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, a partire dalla quale, tra il 1933 e il 1939, ha tenuto una serie di seminari che hanno influenzato un’intera generazione intellettuale, da Sartre a Lacan. Al termine di questo grande affresco, c’è da chiedersi se L’ateismo non ponga questioni anche a chi non condivide i dettami della teologia secolarizzata di Hegel, della quale Kojève è l’araldo.

Oggi, infatti, il problema di Dio non è più filosoficamente rilevante, se affrontato a partire dalla domanda sulla sua esistenza. In questo, non c’è dubbio che Kojève abbia incarnato lo spirito filosofico contemporaneo. Solo che la sua idea «paradossale» di ateismo, che associa l’esercizio della libertà alla meditazione sulla mortalità dell’uomo, altro non fa che depotenziare la libertà che tuttavia invoca, vincolandola ad un destino che sancisce la neutralizzazione della vita umana nei dispositivi di uno stato globalizzato, inquietante e totalitario.

Perorando la «fattualità» del nulla, questo ateismo sancisce anche l’insuperabile nullità dell’esistenza. Piuttosto che annichilire la vita con questa cieca, quanto forse inconsapevole, determinazione, al pensiero toccherebbe invece potenziarla. Il Novecento non è stato solo il secolo di aspiranti teologi. Forse sarebbe il caso di ricordarlo.