Recensioni / Sulla traduzione

La vita è, nella migliore delle ipotesi, un lungo cammino che conduce ad acquisire per esperienza le semplici verità che conoscevamo già per sentito dire. Troppo poco? No, perché la verità apprese a memoria sono inutili (è questo il senso della frase del Faust goethiano che suona più o meno così: l’eredità dei padri conquistatela, se vuoi possederla).
Questo vale anche per la semplice verità che non esiste attività né acquisizione intellettuale che non si basi sulla percezione di differenze. L’omogeneità è un’astrazione. La realtà è differenza, e quella culturale più di ogni altra. Non esiste, insomma, cultura, né pensiero, che non sia traduzione: verità intuitiva che ci è nota da quando abbiamo una vita cosciente ma che dobbiamo sperimentare per farla diventare nostra. Dobbiamo, cioè, concretamente tradurre le nostre esperienze mentali e quelle altrui (la traduzione linguistica, professionale, letteraria non sono che sottospeci, e neppure le più importanti, di questa attività universale).
Se questo è vero, la traduzione non è terreno favorevole alle scoperte. Si è sempre tradotto. Tra gli intellettuali, però, è frequente il vezzo di scoprire ciò che l’homo sapiens sapeva fin dalle origini della specie: vezzo particolarmente diffuso nella cultura francese, sempre ricca di scopritori. A questo vezzo non si sottraggono neppure opere altamente raccomandabili, come il bel saggio di Antoine Barman (1942-1991) La prova dell’estraneo. Cultura e traduzione nella Germania romantica, assai ben tradotto da Gino Giometti per l’editore Quodlibet di Macerata.
L’argomento è affascinante. Il romanticismo tedesco (sia detto anche per giustificare la frequenza con cui ne scriviamo) è tra i periodi decisivi della cultura occidentale: paragonabile, per la sua concentrazione di geni nello spazio e nel tempo, all’Atene periclea e alla Firenze medicea. Confrontarsi, su un tema decisivo come la traduzione (e decisivo, in particolare, per la cultura tedesca di quegli anni), con il pensiero di autori come gli Schlegel, Novalis, Schleiermacher, e di altri che, senza definirsi romantici, o addirittura in polemica con i primi, appartengono al medesimo contesto culturale - Herder, Goethe, Wilhelm von Humboldt, Hölderlin - non può non essere un’appassionante avventura, se la guida sa il fatto suo.
E Barman lo sa. Traduttore dall’inglese, dal tedesco e dallo spagnolo, saggista, fondatore e collaboratore di riviste culturali, direttore, tra l’84 e l’89, di programmi e seminari presso il Collège International de Philosophie, egli ci guida con passione e competenza lungo un percorso di estremo interesse. Il saggio è dunque da leggere. Diventerà parte della nostra esperienza, e darà così sostanza e concretezza all’intuizione in sé ovvia ma astratta e quindi inutilizzabile che la traduzione è la sostanza stessa della cultura: di ogni cultura, e tanto più, quanto più una cultura è grande, profonda, originale.
La parte espositiva, dunque, è preziosa. Non così le parti teoriche (per fortuna contenute), nelle quali Barman indulge al vezzo francese delle “scoperte”. Delle affermazioni categoriche è sempre bene diffidare. Tanto più, poi, quando si legge che «la traduzione è da tempi immemorabili una pratica occultata e rimossa» (ne siamo sicuri?); quando si assumono come paradigmi indiscussi le traduzioni greche di Heidegger e quelle freudiane di Lacan (e prima?); quando si parla di traduzione «come nuovo oggetto di sapere» (come se il mondo cominciasse con noi); quando si proclama l’avvento - ahi! - della traduzione come scienza (ultima, strepitosa conquista del Novecento). Da questo punto di vista la pur pregevole Nota del curatore dà troppo credito alla solidità filosofica dell’autore.