Recensioni / Lo stupore di Darwin tradotto in versi

A partire dalla celebre conferenza sul Darwinismo nell’arte tenuta da Francesco De Sanctis l’11 marzo del 1883, è lunga la storia dei rapporti fra la letteratura italiana e l’autore dell’Origine della specie. Arrivato in libreria proprio l’anno del centenario, il Darwin del poeta napoletano Luigi Trucillo leggiamo, (Quodlibet, pp.167, euro 14,00) è l’ultimo anello di una catena che comprende molti nomi illustri, dai veristi teorici del darwinismo sociale a certe brillanti meditazioni pseudo o parascientifiche di Italo Calvino o di Goffredo Parise. Detto questo, bisogna aggiungere che Trucillo procede senza appigliarsi a nessun precedente letterario, nutrendosi direttamente, e con grande finezza, alle fonti primarie amorosamente studiate e annotate: il Viaggio di un naturalista intorno al mondo, gli straordinari Taccuini con le prime intuizioni che porteranno alle conclusioni formulate nell'Origine della specie alcuni importanti frammenti autobiografici. Accanto a questi testi, un ottimo uso viene fatto di alcuni lavori biografici di studiosi contemporanei, primo fra tutti lo splendido e straziante racconto di Randall Keynes, lontano discendente dello scienziato e autore della cronaca familiare intitolata Casa Darwin.
Lungi dall’appesantire i testi, questa documentazione viene trasformata con grande naturalezza in una serie di occasioni e illuminazioni poetiche. Nello stesso tempo, una potente forza centripeta conferisce alla raccolta la necessaria coesione. Il fatto è che Trucillo, a differenza di tantissimi suoi predecessori, non è affatto interessato a saccheggiare le scoperte di Darwin come un serbatoio di metafore sociali e psicologiche. Al contrario, è l'unità della vita e dell'opera intese come singola e irripetibile avventura, a ispirare il suo racconto scandendone le tappe. Agli occhi di Trucillo, Darwin incarna ancora una figura antica di sapiente, quasi uno di quei filosofi sovrumani ai quali Giorgio Colli dedicava la sua tesi di laurea negli anni '30. E questo, a partire dal doppio movimento fondamentale della sua esistenza: il lungo viaggio intorno al mondo sul brigantino Beagle, e il ritorno a casa, con i lunghi anni necessari a far sedimentare il senso delle sue scoperte. Con il suo ormai collaudato sistema di versificazione, che predilige le misure brevi e incisive, Trucillo affronta un'impresa di grande ambizione. È come se, procedendo verso Darwin, dovesse scrollassi di dosso decenni di specialismi, riattingendo a una perduta unità dei saperi. L'esiguità delle carte da giocare sembra esaltarlo, aguzzargli l'ingegno. Come in un precedente ciclo dedicato a un attentato terroristico, la sua scommessa rimane quella di trovare un punto di vista, un modo del discorso, un sistema di metafore e analogie che siano propri soltanto alla poesia, e dunque ne attestino la necessità, l’insostituibilità.
E in effetti, mentre leggiamo, ci rendiamo conto che una specie di inebriante vertigine che l’avventura conoscitiva di Darwin, così come il metodo che vi è sottinteso, si attestano ancora nei paraggi di quel modo poetico di abitare il mondo che  è il più importante lascito dei romantici alle generazioni future. Da questo punto di vista Darwin è in tutto e per tutto un uomo del suo tempo. Così lo scienziato ragiona in prima persona in una poesia in cui Trucillo lo immagina riflettere sull'amato Wordsworth: «Se osservo/ il flusso ininterrotto che ascende/ dal corpo del poeta/che canta/sotto una fila di tigli,/ vedo il mio occhio che vortica/ tra le rive di un microscopio/ imparando a fluire».
Entrambi, il poeta immerso nel vortice del paesaggio e lo scienziato che indaga i più riposti segreti della natura, sono «tesi all'aperto», smarriti nelle sale di una «reggia d'immagini».
Anche fisicamente, il viso ornato da un’imponente «barba bianca», questi due eroi della conoscenza si assomigliano, «l'uno non visto dall'altro». Garantita dall'esattezza del dettaglio, la continuità del sentire e dell'interpretare è ancora intatta, limpida come un'acqua di sorgente. Trucillo ha ragione: sia che vaghi per il mondo su un brigantino, come l'eroe di un romanzo di pirati, sia che metta su famiglia e sprema con pazienza il tocco delle sue osservazioni in un villino della campagna inglese, non troppo distante da Londra, il filo d'Arianna di Darwin nel labirinto del mondo è lo stupore. E si rivela particolarmente efficace, da questo punto di vista, il far parlare Darwin in prima persona, come in una sorta di diario poetico che annoti le tappe essenziali del suo percorso, i momenti cruciali delle sue intuizioni, le sue speranze e i sui dolori.
Ascoltiamolo, per esempio, al culmine di un volo sul pallone aerostatico, mentre come un vento d'alta quota una nuova intuizione irrompe nella «stabilità/ delle certezze». «Non ho paura di pensare», confessa Darwin a se stesso in quel momento d’estasi, «che combinare lo sguardo/ con l'altezza/ è la struttura aerea/ della scienza». Pensiero che ricava, qui come in tutto il libro, un massimo di spessore e credibilità dall'essere formulato in prima persona, dal suo soggetto impegnato nell'esperienza-occasione, e non attribuito a lui da una voce esterna, che formula una semplice ipotesi sul suo personaggio.  
Con questa bellissima suite ottocentesca, che In poche decine di pagine riesce a unire le Ande e la campagna del Kent, Trucillo ci ricorda che una delle massime prerogative della poesia è l’identificazione, la capacità di cogliere un pensiero e un destino nel momento del loro farsi. E con sorpresa, in un periodo in cui non sembrano più possibili spazi alternativi tra un indecifrabile specialismo e la più corriva divulgazione, ci rendiamo conto che è proprio l’opera di un poeta quella che riesce a comunicarci qualcosa di nuovo su Charles Darwin e il suo formidabile, irripetibile modo di pensare il mondo.