Recensioni / Il digiuno di Kafka

Fu l'ultimo lavoro di Franz Kafka, uno dei pochissimi che lo scrittore volle pubblicare in vita. Divorato dalla malattia, ne rivedeva le bozze il 2 giugno 1924, il giorno prima di morire, nel sanatorio di Kierling presso Vienna, lasciando a Max Brod la disposizione di dare alle fiamme tutti i manoscritti inediti e di impedire nuove edizioni di quelli già pubblicati. L'amico non tenne conto delle sue volontà, e Un artista del digiuno (Ein Hungerkünstler) vide la luce nello stesso anno. La raccolta dei quattro racconti viene ora pubblicata (ed. Quodlibet) per la prima volta come opera a sé stante, cioè nella forma che lo stesso Kafka aveva voluto: quattro vite di artisti che sono, come scrive nella postfazione Ermanno Cavazzoni, «una sola e insolita meditazione su questo fenomeno che è l'arte e il dedicarsi all’arte».

La ricerca della realizzazione di un’immagine ideale, esigenza irrazionale di cui l’artista non può fare a meno come dell’aria che respira, è rappresentata da Kafka con lucida sottigliezza, nella sua tensione interiore e nel difficile rapporto con gli altri, attraverso la storia di quattro artisti del tutto singolari. Si tratta infatti di artisti che si realizzano non nella produzione di oggetti d'arte, ma che più rischiosamente ancora, fanno della propria stessa vita un’opera d'arte. È l'assillo della perfezione che spinge l’artista del trapezio a non lasciare mai, giorno e notte, il suo attrezzo, a  prezzo della solitudine e del silenzio che lo isolano, nella sua altezza siderale, lontano dalla curiosità degli spettatori che accorrono a guardarlo. Anche a prezzo di divenire, per un impresario, un fenomeno da esibire nei teatri di varietà. E di essere costretto a viaggiare, durante i penosi spostamenti in treno, nel retino portabagagli pur di non scendere a terra, divorato dalla crescente ansia di non riuscire, alla fine, a superare se stesso. La scrittura kafkiana giunge a esiti paradossali nella rappresentazione dell’artista del digiuno, che dà il titolo all’intero libro: divenuto un fenomeno da baraccone, vive rinchiuso in una piccola gabbia, tenuto sotto sorveglianza giorno e notte. Incurante del successo tributatogli dalla folla, preso com’è dalla sua solitaria sfida, anche quando viene dimenticato in mezzo alla paglia continua inarrestabile fino all'autoconsunzione. Perché in questo caso il prezzo da pagare per superare se stesso è addirittura la morte. Sarà rimpiazzato da una pantera, che offre spettacolo di sano e robusto appetito.
Più che vite da artisti, si direbbero vite da asceti, collie gli stiliti che stazionavano per anni dritti su una colonna, o gli anacoreti del deserto che si cibavano di cavallette nascondendo, nella cristiana mortificazione della carne, la follia di una libertà assoluta dal cieco Wille che, secondo Schopenhauer, pervade ogni essere vivente. Come se la realizzazione artistica potesse essere compiuta solo nella rinuncia al rapporto interumano, in un narcisistico isolamento mette al riparo da ogni contaminazione. Sopratutto da quella, rischiosissima, con le donne, irrisolto conflitto e tormento nella vita di Kafka. Lo racconta anche Il sole anche di notte, un vecchio film dei fratelli Taviani.

Il titolo della storia del trapezista, “Primo dolore”, fa risuonare alla memoria un popolare lied di Goethe musicato da Schubert, Erster Verlust, poi ripreso da Schumann, che piange la perdita del primo amore. L’isolamento dell’acrobata, che sembra ricreare la solitudine neonatale delle prime ore di vita, in realtà nasconde una perdita invisibile, un ritirarsi da una disillusione nel rapporto interumano, che gli lascia la fronte segnata della prima ruga. E l'inappetenza del digiunatore solitario riporta alla mente Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi che, trovandosi una mattina trasformato in un insetto immondo, presto  comincia a rifiutare il cibo che gli passa la famiglia inorridita e si lascia morire di fame nascosto nella sua stanza. Il celebre racconto fu pub-blicato nel 1915, ai tempi del rapporto con Felice Bauer, la giovane berlinese dalle «qualità non comuni» che colpì Kafka dal primo incontro. Lo scrittore intrecciò con lei un rapporto durato cinque anni, dal 1912 al 1917, il periodo artistico più fecondo della sua vita: non poteva fare a meno di lei, ma non perdeva occasione per manifestare i suoi dubbi. L’ambivalente fidanzamento è testimoniato da più di cinquecento lettere, una specie di lungo monologo pieno di riflessioni filosofico-esistenziali. Ma anche di notizie preziose, come ricorda Cavazzoni: nel 1913, volendo scoraggiare Felice, Kafka le rivela che il proprio ideale di vita sarebbe stato chiuso in una stanza, meglio ancora in uno cantina, a scrivere, e che la moglie gli lasciasse davanti alla porta una zuppa o del pane o quel tanto che potesse bastargli per la giornata e la notte. Te la sentiresti - le scrive - di sopportare un matrimonio così? Se la sente, signor Bauer - scrive al padre di lei nello stesso anno - di dare sua figlia ad uno che le vuole bene, ma sta chiuso per la maggior parte del tempo in camera sua? Il fidanzamento fu ufficializzato egualmente nel maggio 1914, ma la crisi venne subito dopo. È di quei mesi la scrittura de La metamorfosi, e viene da pensare che il traumatico risveglio da sogni agitati di Gregor Samsa possa rappresentare un vissuto relativo alla storia. La realtà di un ritorno alla coscienza in cui il pensiero non cosciente della notte è stato cancellato, in cui l’immagine femminile del primo anno di vita è perduta, spinge la fantasia dello scrittore a inventare la geniale metamorfosi del protagonista in un gigantesco insetto immondo.

Il rapporto con Felice si trascinò fino al 1917, quando a Kafka fu diagnosticata la tubercolosi, malattia allora incurabile. La memoria di lei sembra riaffiorare, nell’ultimo libro, nella protagonista del racconto “Una donnina”, una figura che rimprovera con la sua stessa esistenza l’artista, l’io narrante. Pur dichiarando che «la relazione, che esiste con lei, è stata creata solo da lei ed esiste solo da parte sua», egli vive nel continuo timore di un suo verdetto.
L’intenzione svalutante, tradita già nel diminutivo del titolo, non riesce tuttavia a celare l'importanza di questa immagine femminile, della quale, da vero artista, non può negare l'intelligenza e l'affettività nel rapporto. L'irritazione, la «scontentezza ormai sostanziale» della donnina, egli pensa, potrebbe essere forse placata a patto di riconoscere i «grandi, vistosi mutamenti provocati da questa storia». Ma lui non è proprio disposto a farlo: «Sicché - conclude - da qualunque parte io consideri la questione, risulta sempre, e rimango della mia idea, che se tengo nascosta anche solo leggermente questa piccola vicenda con la mano, potrò continuare in santa pace la mia solita vita per molto tempo, senza che le gente mi disturbi, a dispetto di tutta la furia scatenata di questa donna».
L’ultima storia, quella di Josefine la cantante, idolatrata e poi abbandonata dal popolo dei topi, non fa che confermare l'amara distanza che ormai separa lo scrittore dalla società mitteleuropea del tempo: quel nulla di voce, poco più di un fischio, è quanto basta a un popolo precocemente vecchio, che ha perduto nella lotta per l’esistenza la sensibilità musicale dell’infanzia.