Recensioni / Un Perec d'annata sulla scia di Bartleby

Uno studente di 25 anni lascia suonare la sveglia e non si presenta a un esame. Questo semplice «scarto» dal ruolo apre una nuova strada: «scopri senza sorpresa che c'è qualcosa che non va, che, per dirla senza tanti giri di parole, tu non sai vivere e mai ne sarai capace». Lo studente inizia allora un altro paradossale corso di studi il cui programma è «perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione. Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine...» no ad arrivare a una «vita azzera: È il progetto estremo che spinge protagonista di un uomo che dorme (Quodlibet, pp. 176, € 12,50), terzo romanzo di Georges Perec che torna dopo quaso trent'anni nella nuova traduzione di Jean Talon (la precedente, di Maria Pia Tosti Croce, era per Guanda nel 1980). Un'occasione felice per incontrare Perec, membro prolifico dell'Oulipo, scomparso a 45 anni nel 1982, e celebrato per un libro pienamente sperimentale come La vita istruzioni per l’uso (1978), perché questo romanzo del ’67 – come spiega nella postfazione Gianni Celati – segna un passaggio di poetica per l’autore, che «abbandona le forme narrative lineari e omogenee» e si sposta verso «una sociologia del quotidiano e dell'ordinario». Segnato dal tu rivolto al protagonista, che per ambiguità parla al lettore, il libro racconta il tentativo di distaccarsi completamente dalla vita e di arrivare al'indifferenza. Lo fa raccontando un vivere ipnotico, fatto di solitari con le carte, di immagini che appaio nel dormiveglia, di lunghe e dettagliate passeggiate per Parigi. Una varietà fatta di quasi nulla, che l'autore tiene viva continuando ad alternare l'attenzione, così che lo studente una volta sogna di essere una nave, un'altra un occhio; una volta va ai giardini del Luxembourg e un'altra nei «caffè aperti tutta la notte». La forza elencatoria, che satura di oggetti la pagina fino a rendere il vuoto, la prosa ritmica e ripetitiva che accompagna la serie dei gesti altrettanto identici, la pagina rotta in paragrafi e il romanzo in brevi capitoli, danno ordine a questo moto continuo apparentemente infinito («Ora vivi nell'inesauribile»). Il romanzo gioca anche su piani attuali: si pensi agli hikkikomori, i reclusi adolescenti giapponesi, o a certe manifestazioni della depressione segnate dalla ripetitività difensiva degli stessi minimi gesti, ma si può anche tornare a quegli anni, sentire traccia del vagabondare urbano di Debord (le derive psicogeografiche) o dei giovani che giocano a flipper in Questa è la mia vita di Godard... Appoggi offerti da un testo che rientra in un immaginario con poche fondamentali frequentazioni (Borges, Beckett, Deleuze, Agamben): quello aperto dallo scrivano Bartelbly di Melville, il personaggio che arriva direttamente nel libro di Perec verso la fine, come una tavola a sé che svela l'archetipo e cambia marcia al finale. II «Flâneur minuzioso» di Perec non riesce a diventare uno stoico della vita metropolitana, non sfugge al proprio corpo, impossibile distaccarsi da una dimensione: «Il tempo, che su tutto veglia, ha trovato tuo malgrado la soluzione».

Recensioni correlate