Recensioni / Louise Bourgeois. Distruzione del padre / Ricostruzione del padre. Scritti e interviste 1923-2000

Alla sua prima mostra personale, tenutasi alla Peridot Gallery di New York nel 1949, Louise Bourgeois presenta diciassette sculture di legno dipinte: rappresentano le persone che ha lasciato in Francia nel 1938, quando è partita con il marito per trasferirsi negli Stati Uniti. “Non lo avrei mai ammesso, ma la verità è che mi mancavano disperatamente.” Inizia così, ricreando i propri cari – figure di legno che poi dispone le une vicine alle altre, di modo che intrattengano relazioni tra loro e con lo spazio in cui si trovano – la sua lunghissima carriera artistica. “Avevo il mal du pays, ero molto infelice ma si potrebbe anche dire” commenta, “che stavo scoprendo l’America”. “C’era qualcosa di morto, e bisognava che lo resuscitassi. Questa cosa che era morta era il mio diritto di essere in lutto per tutto ciò che avevo lasciato in Francia”.
Nata a Parigi il giorno di Natale del 1911, Louise Bourgeois ha attraversato tutto il secolo scorso, e gli inizi di questo, come una vera outsider. Il più grande artista del Novecento, se si vuole. A renderla tale, oltre alla sua longevità, sono il percorso del tutto individuale che ha seguito, nella conoscenza di sé e della sua arte, e le proporzioni della sua immaginazione, nella quale hanno trovato spazio vaste stanze, ragni enormi, blocchi di marmo e imponenti macchinari ma anche fazzoletti ricamati, bamboline di pezza e fragili sfere di vetro.
Louise Bourgeois sembra aver esplorato ogni mezzo per articolare nelle tre dimensioni il suo bisogno di esprimersi o, come dice lei, di ricreare il suo passato, la sua vita e i suoi traumi, per esorcizzarli o ripararli. Negli anni cinquanta e sessanta sperimenta un'infinità di materiali e di ipotesi, mette alla prova le leggi della geometria, disfa e ricostruisce, leviga e cuce – “un cesello appuntito [...] consente gli estremi della tenerezza e dell’aggressività”. Nel 1968 realizza Fillette, Ragazzina, la scultura sospesa che tiene sotto braccio nel bellissimo ritratto scattatole da Mapplethorpe quello stesso anno, mentre The Destruction of the Father, l’opera che dà il titolo a questa monumentale e molto accurata raccolta di scritti dell'artista, è del 1974. Il suo bisogno di ricreare il passato, di rimetterlo in tensione per provare a liberarsene in questo caso la spinge, a sessantatre anni, fino a comperare pezzi carne macellata – pezzi di agnello, pezzi di pollo – da immergere nel gesso e nel lattice per allestire il banchetto cannibale e vendicatore che quest'opera rappresenta. Lei, come sempre di una sincerità disarmante, spiega: “più mio padre si pavoneggiava, più noi ci sentivamo insignificanti. Improvvisamente si creava una tensione terribile, e noi lo afferravamo – mio fratello, mia sorella, mia madre e io, [...] lo trascinavamo sul tavolo e gli strappavamo le gambe e le braccia – lo smembravamo. [...] Fantasie, ma talvolta la fantasia è vissuto”.
Finalmente, nel 1982, il MoMA di New York organizza una sua grande retrospettiva: è la prima personale che il museo abbia mai dedicato a una donna, e il numero e la natura delle opere esposte sono impressionanti. Da lì in poi la fama e la produzione di Louise Bourgeois non hanno fatto che crescere, ma lei continua ogni domenica pomeriggio, nonostante gli anni, a ricevere nella sua casa di New York i giovani artisti che desiderano incontrarla. Questo libro, che viene finalmente a colmare una grave lacuna del panorama editoriale italiano, raccoglie in successione cronologica un gran numero di scritti dell'artista. Pagine di diario, interviste, commenti sulle proprie opere, testi di accompagnamento a disegni o incisioni, ricordi di altri grandi artisti scomparsi – Duchamp, Breton, Giacometti, Bacon per citarne solo alcuni –, filastrocche e componimenti in francese e in inglese.
Si legge e ci si domanda: quanti anni aveva Louise Bourgeois a quel tempo? E un continuo sottrarre – meno undici. 1938 meno undici: a ventisette anni si sposava e lasciava la Francia, e la famiglia di origine, per trasferirsi negli Stati Uniti (in Europa si annunciava la guerra, e le donne non avevano diritto di voto). Trentotto anni, cinquantasette, sessantatre e poi ancora settantuno, ottantanove, novantotto anni: quante donne diverse evocano questi numeri? Sono balzi temporali immensi, eppure lei è sempre lì, è sempre lei, sempre più indipendente ed esatta, con la sua luce intelligente negli occhi, e si resterebbe in compagnia dei suoi pensieri all'infinito. I testi ritornano sempre sugli stessi temi, infondendovi ogni volta nuovo respiro e nuova luce: l'infanzia in Francia, le amanti del padre, la madre e lei bambina impegnate nel restauro di arazzi antichi, le tecniche e i materiali, le pulsioni distruttive, la sublimazione, la paura, l’essere artista, il processo di creazione, lo specchio, il ragno, il rassicurante puritanesimo degli americani, l'amore e l'erotismo. “Art is a Guarantee of Sanity.”