Recensioni / Se fossi in te...

Succube del sentimento religioso della madre in virtù del quale si sente costretto a santificare le ricorrenze pasquali e desideroso di vivere un’esistenza più vivace e avventurosa, principalmente sul piano sentimentale, Fabien è prima di tutto un giovane impiegato annoiato che nutre l’ambizione di diventare scrittore, accecato dal miraggio di poter sperimentare, in tal modo, l’ebbrezza di uscire da sé, come si esce dalla propria casa, per andare a usurpare la personalità altrui come se si andasse ad abitare in casa del vicino o, in parole più semplici, diventare (qualcun) altro. L’occasione agognata si presenta quando, una notte, Fabien si imbatte nel losco Brittomart, un subalterno del diavolo, il quale gli offre la possibilità di siglare con lui un patto che consentirà al giovane di cambiare identità e personalità. Da qui cominceranno le peregrinazioni di Fabien e, più esattamente, della sua anima che andrà ad albergare dapprima nel suo datore di lavoro, poi in uno sconosciuto dall’aspetto poco rassicurante, di seguito in un devoto e, infine, nel giovane e attraente Camille...
Julien Green ripropone in Se fossi in te... un tema ricorrente in letteratura, quello del patto col diavolo e rinnova un genere, il fantastico, che tanta fortuna aveva avuto in Francia alla fine dell’Ottocento. Anche chi non ha letto il celebre saggio di Todorov La letteratura fantastica avrà una certa dimestichezza con un genere che è, in qualche modo, figlio del gotico preromantico inglese, ma che comincia a definirsi in modo netto con due testi scritti in francese – seppure il primo è opera di un autore polacco – Il manoscritto trovato a Saragozza di Jean Potocki e Il diavolo innamorato di Jacques Cazotte, e raggiunge l’apice non tanto in forma di romanzo quanto di racconto, grazie alle penne di alcuni dei più grandi autori francesi dell’epoca: da Balzac a Maupassant, passando per Nodier, Gautier, Mérimée, e ancora, in una fase successiva, Villiers de l’Isle-Adam e Barbey d’Aurevilly. Senza dover necessariamente tracciare una storia della letteratura fantastica né approfondirne le successive ramificazioni e contaminazioni, è abbastanza chiaro che, in un’atmosfera dominata dal soprannaturale, si inserisca facilmente la figura del diavolo e conseguentemente il topos classico del patto. In Se fossi in te..., però, Green introduce un elemento nuovo, molto moderno, profondamente ancorato nella metà del Novecento (il romanzo uscì in Francia, per la prima volta, nel 1947), all’interno del dibattito sul ruolo dello scrittore e, più in generale, dell’intellettuale, all’indomani della carneficina del primo e del secondo conflitto mondiale. Green moltiplica il celebre “io è un altro” di Rimbaud: la scrittura può permettere a quell’io di diventare mille altri ed è piuttosto naturale pensare che qui l’incarnazione dell’anima in altri corpi altro non sia che una metafora della scrittura – non va dimenticato che, come si accennava, Fabien ambisce a diventare scrittore, perché pensa che solo scrivendo possa diventare altro da sé. Del resto, scrive Green che un uomo che legge è un uomo che dorme e sogna di pensare; per analogia, si potrebbe dire che un uomo che scrive è un uomo che dorme e sogna di vivere.
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