Recensioni / Intervista allo scrittore ambasciatore. Svetislav Basara "Il mio comunismo tutto da ridere"

Chi incontri per un’intervista il cinquantaseienne Svetislav Basara, ambasciatore di Serbia a Cipro e autore di Mongolski bedeker, lo fa a proprio rischio e pericolo. Alla giornalista che per intervistarlo lo insegue fino alla fine della sua folle antiguida, l’eroe del romanzo si concede solo previa sottoscrizione di tre clausole. Eviterà di domandargli quando ha iniziato a scrivere. Non chiederà che cosa pensa della letteratura post-moderna. Gli pagherà sull’unghia mille dinari per avere le sue risposte. Non siamo sicuri di potercelo permettere, specie di questi tempi... «Sembrano un sacco di soldi», nota Basara, «ma in valuta europea sono solo 11 euro. Comunque stia tranquilla, non le presenterò il conto...». Rassicurati, si fa per dire, procediamo al confronto con questo trasvalutatore di tutti i valori: incerti se, a ogni questione stimolo o provocazione, ci ripagherà con la stessa moneta.

Basara, come definirebbe Mongolski bedeker: «Romanzo o delirium?», si chiede il suo protagonista. Guida turistica, reportage, pamphlet politico, racconto filosofico?
«È un problema dei critici. Io non darei definizioni. Detesto le definizioni. Ho scritto questo libro e molti altri proprio per evitarle. Va detto che all’epoca di quel viaggio in Mongolia la Jugoslavia era un paese comunista. E i comunisti avevano la smania di definire qualsiasi cosa. Per pura mistificazione. Su certi pannelli rossi campeggiavano scritte tipo: “Possiamo guardare con ottimismo allo sviluppo del nostro paese”, oppure “Si sono fatti enormi progressi”. E bisognava crederci. Se avessero scritto: “La terra è una lastra piatta e poggia sul dorso di una grossa tartaruga” avremmo un’altra geografia».

Le sue pagine sono piene di cinismo, nichilismo, denuncia morale, delusioni sentimentali... Eppure si ride di tutto questo. Qual è la sua formula: horror e humor?
«Avevo giurato che tutti i miei libri avrebbero parlato dell’orrore nel modo il più possibile spiritoso... Ma non è così nero lo sfondo del Mongolski bedeker! Né è detto che quel che, vissuto sulla pelle, ci pare negativo non sia, a una distanza ironica di sicurezza, comico. Torniamo ai comunisti. Erano convinti che bastasse scriverlo sui muri, perché quanto predicato dai loro slogan fosse possibile e presto reale. Bisognava scoprire il gioco. Oggi sembra che il progresso dipenda solo dalla tecnologia. Non si espongono più pannelli cui credere alla cieca, ma i media reclamizzano a tutte le ore una vita felice e senza dolore. Ecco poi una crisi economica globale che smentisce l’illusione ottica o elettronica creata dalla pubblicità. Chissà che ne verrà fuori. Non so se ci sarà da ridere».

Lei è ambasciatore di Serbia a Cipro: un buon punto di osservazione per un autore tanto fuori dagli schemi?
«Non c’è niente di strano. Ogni mestiere ti apre una frazione di realtà che puoi mettere a fuoco con sguardo diverso da quello che la prospettiva professionale presuppone. Kafka era avvocato, ma ciò non ha niente a che vedere con il fatto che abbia scritto Il processo. Scrivere significa trascendere la parte che si recita nella vita per sopravvivere».

Chi sono i suoi lettori? È un pubblico avvertito, complice? Serbo, europeo?
«Personalmente non conosco molti dei miei lettori. Credo che sia una compagnia molto assortita. So per certo che tra loro c'è qualche professionista, qualche scienziato, un poliziotto. Un sacco di ragazzi e ragazze. In Serbia è gente di estrazione più diversa. In traduzione i miei libri circolano in Francia, Inghilterra, Italia. Sono usciti in Germania, Slovacchia, Bulgaria. Usciranno in Olanda e Spagna. Ovunque hanno trovato un pubblico ristretto, ma fedele. Sarei poco realista se puntassi a un bestseller. Non lo vorrei affatto. Rifuggo la pubblicità».

Esclude di essersi messo a scrivere per conquistarsi «sgomitando» un posto nell’Associazione Serba degli Scrittori. Mi risulta che da quel gruppo si sia fatto largo per uscire. Perché?
«È una vecchia storia. Mi sono dimesso dall’Associazione degli scrittori serbi perché a metà degli Anni Novanta si era trasformata in un gruppo di sostegno al partito di Slobodan Milosevic. Perché mai dovevo far parte di una commissione para-politica? Tanto più che, politicamente, mi collocavo su posizioni opposte».

In Mongolski bedeker esclude di voler scrivere della realtà politica. Ma se ne esce con un’esclamazione: «Comunismo e moralità! Un paradosso…» Lei ha conosciuto il totalitarismo: immorale, ingiusto, assurdo?
«Oh, no. Il totalitarismo è molto più di tutto questo. Immoralità, ingiustizia, assurdità sono antiche come il mondo: esistono da sempre. L'Unione Sovietica era peggio. Ci sono stato in viaggio, e ho visto che significa creare un mondo senza Dio, un mondo in cui l'uomo sia misura di tutte le cose. Puro orrore per me. È impossibile spiegare che cosa fosse l'Unione Sovietica prima del collasso del comunismo. Un ammasso di materia morta e un abisso di profonda disumanizzazione».

Qua e là nel libro se la prende con femministe, umanisti, progressisti, conformisti... Chi è che ha di mira?
«Sono sempre stato polemico con tutti gli “ismi” che dice. Sono convinto che i problemi di questo mondo non si possano risolvere in base a simili particolarismi. Né con la lotta per i diritti di un gruppo particolare. Il mio obiettivo ideologico, utopico e letterario è la de-ideologizzazione del mondo. Quando non ci sono più idee, restano le ideologie, in genere maschere esibite per nascondere ambizioni di potere».

Il suo eroe, beffardo distruttore di certezze, si culla in una fantasia romantica. Fantastica di una storia d'amore e di un romanzo di mille pagine che la racconta. La salvezza è nell’amore?
«Be’, uno quando scrive tende sempre un po’ a esagerare. Io lo faccio per mettere a fuoco certe questioni. In privato sono un tipo normale. Credente. Credo che la salvezza venga solo dal cielo. Dalla fede in Cristo. E dallo sforzo di nutrire un briciolo dell’amore ch’Egli portò per il mondo. Con tutte le nostre debolezze, dovremmo amare chi ci è accanto. È difficile. Non impossibile».

«Non ho perso la fede ma mi comporto come se l'avessi fatto», scrive nel suo libro. E comunque, aggiunge «Dio non ha una grande opinione dei miei libri e della letteratura in generale...».
«Sono religioso, ma non sono un teologo. Se fossi nato nel XI secolo, mi dico per scherzo, sarei stato un mistico. Ma sono arrivato troppo tardi. Perciò, senza nessuna fretta, scrivo la mia esperienza in un mondo che ha preso distanza da Dio. Meister Eckhart, cito a memoria, dice che “Dio è più vicino al mondo di quanto il mondo creda, ed è vicino perfino all’anima che non Gli crede”. Dunque il mondo sarà salvato: non avrà scelta. L’umorismo è il mio modo arrogante (e non innocente) di deridere l’affanno con cui il mondo cerca di scampare alla salvezza che, inesorabile, gli tocca».