Recensioni / De consolatio litterarum

Personalmente trovo sempre una consolazione nelle parole scritte e parlate di Ermanno Cavazzoni: la consolazione di non essere sola, di non essere pazza o anche di non essere la sola pazza tra gli animali della mia specie. Il limbo delle fantasticazioni si compone di 12 tessere; perciò forse la lettura di questo agile volumetto potrebbe compiersi leggendone una al mese, nell’arco di un anno.
A gennaio si partirebbe agguerriti, pieni di energia: l’anno è appena cominciato, siamo pieni di buoni propositi e nuove idee, abbiamo davanti il futuro, il tempo è ancora un indefinito universo di speranze e possibilità. Si seguirebbe allora l’autore lungo il filo delle sue riflessioni sull’estetica, la cui carica pacatamente dissacratoria ci svelerebbe che a poco valgono gli affanni e ci permetterebbe di vivere l’arte come ci pare e piace. Ci renderebbe consapevoli dell’inguaribile necessità che alcuni esseri della nostra specie hanno di dar voce o corpo grafico ai detriti e al pattume che li abitano, e di cui sono fatte le fantasticazioni.
A dicembre probabilmente saremo stanchi: l’anno si sarà concluso troppo presto, la maggior parte dei buoni propositi saranno rimasti tali, mentre il tempo scandito da ore minuti secondi (il tempo digitale e sociale condiviso) ci farà sentire colpevoli per aver vissuto la maggior parte del tempo persi in un altro tempo: nel tempo senza tempo delle fantasticazioni. Allora passeggeremo volentieri per cimiteri, accompagnati dalla voce fantasticante dell’autore, perché nei cimiteri il tempo non c’è; o meglio: esiste solo il tempo «di una muta eternità compiuta», nel luogo in cui si chiude la fantasticazione che abita il corpo.
Questo libro, si legge nel risvolto di copertina, «sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico, e un modo inusuale di narrativa»: si tratta in effetti di un libro sull’arte scritto in soggettiva, costruito attraverso divagazioni, in cui i riferimenti alla teoria letteraria (Mallarmé e la sacralità dell’arte, Contini e il testo come «spaccato casuale di un’infinitudine elaborativa»…) si mescolano con le memorie dell’autore (la poesia della zia Elvira, i compagni di classe…), il quale non cessa mai di dialogare con il proprio lettore e, restituendo la carne a un universo fatto per secoli solo di carta, mettendo sullo stesso piano il discorso degli “umili” e il discorso che la critica definisce “d’autore”, realizza la vera essenza del comico ed esprime la sua idea a-gerarchica e naturalistico-biologica di letteratura.