Recensioni / Corruptio optimi pessima



Corruptio optimi pessima (San Gregorio Magno)

Corruptio optimi pessima (non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio) è la formula con la quale si può riassumere il pervertimento del cristianesimo di cui parla Illich, tanto peggiore quanto migliore è l’intenzione più pura del cristianesimo. Tale pervertimento è quel fenomeno per il quale la Chiesa cattolica, a partire dal XII secolo, «ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza» (p. 87).
La Chiesa è responsabile di aver supportato l’avanzata dei “valori” e della loro istituzionalizzazione laddove avrebbero dovuto invece esserci la spontaneità e l’empatia del cristiano verso il suo prossimo (Illich si diffonde sul senso della parabola evangelica del buon samaritano, in grado di agire per il meglio con naturalezza, al di là dell’etica “vigente” – e anzi apertamente contro di essa). Responsabile, sì, ma non colpevole: perché non è la malafede a caratterizzare il suo operato dal Medioevo a oggi, bensì l’incapacità di valutare appieno la portata dell’affermazione di Gesù: «il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). La Chiesa non è rea di aver voluto instaurare un potere umano sulla terra (e il più grande, in quanto esteso dalla più remota delle cose del mondo al più recesso angolo di ogni coscienza), ma di non aver saputo scorgere l’ambivalenza del dirompente messaggio cristiano, che entra nella vita dell’uomo colmo di doni ma al contempo irto di pericoli: «credo [...] che col messaggio cristiano, col Nuovo Testamento, amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza siano diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario» (p. 17). Con l’esercizio del potere (a fin di bene e con le migliori intenzioni: Illich non mette in discussione questo) e l’instaurazione del diritto entrano però nel mondo l’uso della forza fino alla coercizione – dal punto di vista collettivo – e il tribunale interiore della coscienza – a livello individuale, con tutto il carico di nevrosi e perversioni del religioso che ciò comporta (cfr. al riguardo Invito al pensiero di Maurice Bellet/8. Il Dio perverso, «l’Altrapagina», marzo 2009).
L’arricchimento della dottrina, della dogmatica, dell’istituzione in tutte le sue forme, sfocia in un impoverimento della spiritualità individuale; quell’amore che prima l’uomo poteva esprimere nella forma più ricca e creativa, sgorgante dalla coltivazione di una spiritualità basata sul rapporto personale con un Dio vivente, diventa appiattimento burocratico di un comportamento cui si richiede la mera conformità a una norma stabilita (detta “etica” o “morale cristiana”) e di conseguenza si snatura. Sul piano sociale, la perversione sfocia invece nella delega dell’esercizio della carità alle istituzioni pie che si prendono cura dei bisognosi, dove operano i “religiosi di professione”.
Illich non addita dunque colpevoli, né propone soluzioni a buon mercato: egli si rifiuta di considerare chiuso il suo discorso, rifiuta anzi di considerare le stesse cose che dice come delle “risposte” (p. 104). Tenta solo di svelare l’origine e il funzionamento di un fenomeno che nemmeno riusciamo a percepire perché vi siamo immersi, e di una mutilazione che ci ritroviamo a vivere inconsapevolmente, perché immemori del passato. Il suo monito è indirizzato al recupero di un cristianesimo “al singolare”; perché la verità abita in quel “tra noi” nel quale Gesù Cristo collocò niente di meno che il Regno di Dio (Lc 17,21); àmbito in cui risiede il “meglio” del cristianesimo. E niente è peggio della corruzione del meglio.