Recensioni / Ars est celare artem

Nell'arcana e sublime biblioteca che è la mente di Dio - pensava Leibniz - non può non esserci il libro che racconta, dall'inizio alla fine, l'intera storia del mondo così come essa è realmente accaduta. Quel libro è più che un libro: è la storia del mondo secondo verità. «Questo romanzo della vita umana, che è la storia universale del genere umano, è presente nella mente divina con un'infinità di altri romanzi»: Dio, prosegue Leibniz, ha tratto solo questo all'esistenza, perché questo è il migliore tra quelli possibili. Ma Leibniz si guarda bene dal raccontare questa storia, evita di scrivere il romanzo che può essere scritto solo disponendo del punto di vista di Dio. Non molti decenni più tardi, Hegel si installerà invece in quella biblioteca e scriverà La fenomenologin dello Spirito. In quelle pagine lo Spirito racconta la sua storia: la sola e unica storia che è insieme vera e reale. Quel romanzo hegeliano dello Spirito nega però il romanzo, vale a dire nega il «romanzesco» che è presente nel mondo della vita, nega la continua apertura di esiti compossibili, la infinita varietà delle voci, l'asimmetria delle prospettive, ciascuna delle quali ricostruisce a suo modo la vicenda.
Da questa riflessione muove Sergio Givone, Il bibliotecario di Leibniz. Filosofia e romanzo, Einaudi, Torino 2005, pp. 212, € 19,00, che ha, al centro, una tesi precisa: dove c'e filosofia della storia c'e la filosofia, ma la storia non può che scomparire. La filosofia della storia è in realtà un romanzo «che finge di essere la sola storia vera, il solo romanzo degno di essere scritto». La prima parte del libro è la decostruzione (in chiave filosofica) dell'illusione di una storia vera, unitaria, filosofica. Nella seconda parte la filosofia torna a essere ciò che effettivamente è e deve essere: interpretazione di storie, miti, romanzi. Si deve dire addio alla bussola filosofica che dava l’illusione di aver trovato la via del Labirinto. Dopo questa «decostruzione», la filosofia non è più filosofia della storia, ma «filosofia delle storie»: varie, plurali, imprevedibili.
« Sembra vero», dice l'ingenuo di fronte all’opera d'arte riuscita. «Sembra facile», risponde l'artista consumato, non proprio per avvertire i semplici di Spirito del contrario, ma per convincere - e convincersi - a osservare come traguardo di perfezione la più evidente (la meno ostentata) semplicità. «Facilement, facilement», suggeriva Fryderyc Chopin all’allievo intento a eseguire i passaggi più spericolati d'una partitura, frenandolo da sfoggi di virtuosismo spettacolare. Con nonchalance si muove l'intemerato gran signore in società: sobriamente elegance, educatamente distaccato, trascuratamente garbato, non si dà pena delle convenzioni del galateo acquisite per natura. Con souplesse spicca il salto dal trampolino il tuffatore: prende il volo con leggerezza, volteggia con dolcezza, fende il pelo dell'acqua dritto come una freccia.
Che il bel tuffo descritto dall'estetologo Paolo D'Angelo, Ars est celare artem, Quodlibet, Macerata 2005, pp. 142, € 16,00, fosse eseguito da Raffaele La Capria, campione di «Letteratura e salt imortali», lascia intravedere questo legame - che mai, mai e poi mai dovrebbe vedcrsi - tra l'esercizio (ginnico) e l'esibizione (artistica). Ma la corda, per giustificata eccezione e per necessità di trattazione, deve essere qui mostrata, e si intreccia nel motto Latino «Ars est celare artem». Tra tanti barbarismi, francesismi, attorcigliati latinismi, ci sarà bene un'espressione italiana per dire di che si tratta: che cosa fa «souple» lo slancio dell'atleta, «facile» il tocco del pianista, «non chalant» il gesto del grand seigneur che - celata arte - fa mostra di nascosto del proprio savoir-faire. Si chiama sprezzatura, «con nova parola», italianissima e intraducibile, dacché Baldassarre Castiglione vi impresse nel Cinquecento conio e copyright. E non c'e forestierismo atto a restituire la nota di sprezzo - della rincorsa e del salto sui tasti, della vertigine e vuoto sull'acqua tenuti in gran dispitto quanto le etichette del salotto - che dal Rinascimento vi risuona, scoraggiando i suoi più guardinghi traduttori.
Le arti, in effetti, passate in rassegna dallo studioso - l'equitazione e l’eloquenza, il nuoto e la politica, il disegno e la musica, il giardinaggio all'inglese, la cerimonia del té giapponese, il modus vivendi «iki» degli orientali - e chiamate con dissumulato riguardo a rispettare la sprezzatura, sono così tante the i limiti disciplinari dell'estetica paiono infranti. L'arte anzi, trascurando l'estetico confronto con il bello, si direbbe promossa a una disciplina: principio etico, regola di condotta, norma di vita - e.di stile - universale. Ma nessuno la vede, nessuno lo sa. E gli sprezzanti, che la fanno molto più facile, si guardano bene dal rivelarlo.