Recensioni / La guida perfetta per (non) andare in Mongolia

In viaggio tra vodka, cadaveri e sogni surreali 

Se un giorno vi venisse in mente di andare in Mongolia, probabilmente fareste le cose che si fanno solitamente mentre si organizza un viaggio: un giretto su Internet, un salto in libreria per guardare un po’ di guide turistiche, una chiacchierata con l’amico che ci è stato quindici anni fa. Si potrebbe anche dare uno sguardo, a guardare il nome, a Mongolski bedeker, di Svetislav Basara, ma forse sarebbe meglio di no. E adesso vi spieghiamo il perché.

In Mongolski bedeker (scritto nel 1992 e pubblicato solo oggi in Italia) Basara, ambasciatore serbo a Cipro, immagina che un suo amico muoia suicida e che gli lasci una lettera in cui lo prega di andare al suo posto in Mongolia per scrivere una guida commissionatagli da una rivista. Questa, già di per sé, non è una cosa che capiti tutti i giorni, e poi la Mongolia non è certo dietro l’angolo. Basara, però, alla faccia di tutte le convenzioni del mondo, parte e racconta a modo suo ciò che gli succede in quella terra così lontana ed esotica. La Mongolia che ci ritroviamo davanti è fatta di chiacchierate strampalate, di vodka, di incontri imprevisti e surreali: un prete ortodosso olandese, un cadavere francese, uno psicoanalista italiano. Ben presto la Mongolia si rileva per quello che è veramente per Basara, e cioè un sogno ambientato in un hotel di Ulan Bator, in cui si farnetica di religione, di morte, di eternità, di donne, e in cui è vero tutto e il contrario di tutto. Una Mongolia che potrebbe essere anche Calcutta, o Parigi, o Garbagnate Milanese.

Il motore di Mongolski bedeker è la tendenza magnetica al non-sense di Basara, che dà vita a situazioni e dialoghi surreali e grotteschi, che sfociano senza soluzione di continuità nella comicità e nell’ironia e che finiscono per dare vita a ritratti feroci e sarcastici di alcuni grandi temi legati all’uomo e della sua esistenza: i totalitarismi, le religioni, l’amore, la letteratura. Tutto è illuminato dalla parola, dall’invenzione letteraria, arma potente e invisibile: le cose esistono perché si scrivono. E se non esistono, basta scriverle.