Recensioni / Lo spirito messianico della storia. Un saggio di Dario Gentili

"Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo". Quando nel 1848, con quest'incipit posto nel suo "Manifesto del partito comunista", Karl Marx inquietava la scena politico-sociale dell'Occidente capitalistico, iniziava a delinearsi proprio dentro quella congiuntura epocale un intero orizzonte "metafisico" - proprio così -, da cui avrebbero preso corpo sistemi di pensiero, ideologie, conflitti socio-politici, organizzazioni collettive, forme statali, "nuove" filosofie - visioni della temporalità, della storia, teleologie, immagini del "progresso", ecc… Da quando, sul finire del secolo scorso, col crollo del Muro - ultimo "bastione" di resistenza del comunismo - l'umanità ha preso atto che un lungo ciclo storico-politico, oltre che ideologico-mentale, si era chiuso definitivamente (anche se alcuni segni di questo disfacimento s'erano potuti cogliere già alla seconda metà del Novecento), era sembrato che mai più l'Occidente avrebbe potuto incontrare "fantasmi" o spettri così perturbanti da inquietare lo spazio di aspettative e l'orizzonte di attesa di una scena e di un mondo politici, tesi a "rappresentare" se stessi nella progressiva conquista di una piena "trasparenza" universalistica ed universalizzante.
Ma, come spesso accade, per una sorta di eterogenesi dei fini, è il presente - con le sue contraddizioni, con i suoi "vuoti" - ad incaricarsi di smantellare le visioni ireniche di "chi" prova a riscrivere la storia nel ruolo di vincitore "finale", facendo riemergere "dal passato", dai buchi profondi delle promesse non mantenute - e facendoceli rincontrare in versioni inedite - proprio quei "revenants" (fantasmi, spettri), che, se non possono più "ripetere", nelle medesime forme e condizioni della loro comparsa, le finalità promesse e le assicurazioni offerte, continuano ad "ossessionarci" con l'eco delle "voci" inascoltate del passato e delle "rovine" che stanno accumulate alle nostre spalle. Come in una grande scena "freudiana" - in questo caso, "collettiva", o, se si vuole, globale, "mondializzata" -, dietro le riflessioni sopra accennate, potremmo scorgere queste domande: "esiste una forza messianica nella storia?". Il latente riverbero di possibilità mai realizzate del passato è consegnato definitivamente alla furia dileguante del tempo trascorso, o è davvero pensabile, possibile, una redenzione ed un riscatto? C'è davvero, ancora, un "potere messianico" in grado di tradursi in un "evento" capace di redimere e riscattare il passato?
Queste suggestive domande fanno da sfondo alla interessante ricerca che Dario Gentili ha dato alle stampe di recente ("Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida", Quodlibet 2009, Euro 20), nella quale prova - in un serrato corpo a corpo tra Walter Benjamin e Jacques Derrida, attraversando "contropelo" pensatori di rango del Novecento, come Carl Schmitt, Franz Kafka, Hans Blumenberg, Gershom Scholem - a indagare sulla differenza del "messianico" nei due autori, ma anche genealogicamente l'eterno dissidio tra politica e diritto, "gewalt" (violenza, forza, autorità) e legittimità, - nei termini di Schmitt: "presa di possesso della terra" e imposizione di una "misura" -, proprio nel nostro tempo attuale, nel quale la fine irreversibile dello Stato-nazione e il crepuscolo della "sovranità" sconvolgono le vecchie "topografie" e dimensioni spaziali che avevano connotato "il politico" del Moderno, facendo deflagrare quello stesso "spazio urbano" all'interno del quale la dialettica tra "locale" e "globale" costringe a ripensare la nuova configurazione di termini come "confini" e "soglia". Solo una politica che sappia "far spazio", "aprire luoghi" è in grado di far emergere una nuova soggettività politico-giuridica.