Recensioni / Una leggera studiata trasandatezza

Un uomo elegante non porta mai un vestito “nuovo”, la vera eleganza richiede un elemento di lieve trasandatezza, di signorile noncuranza. Chi va bene a cavallo lo deve fare in modo sciolto e sicuro, così come si fa quando si cammina a piedi. Anche un uomo politico non dovrebbe apparire eccessivamente preoccupato di piacere, come spesso fanno venditori e piazzisti, dovrebbe invece dare l’impressione di porsi, con leggerezza e distacco, come un solido e tranquillo punto di riferimento, come la fonte di decisioni utili alla sicurezza e all’avvenire di tutti. Il tuffo da dieci metri di un campione, il dribbling di un attaccante, la danza sulle punte di una ballerina devono essere eseguiti con eleganza, disinvoltura, apparente semplicità, con una “naturalezza”che non è affatto “naturale”, ma che è invece il frutto più prezioso e difficile di una severa, diuturna, a volte estenuante, preparazione.
Per esprimere questa particolare abilità, questa assenza di esibizionismo, questa forma di studiata noncuranza i francesi hanno la parola nonchalance e gli italiani il termine sprezzatura. Con quest’ultimo, per Giacomo Leopardi, doveva intendersi quella “negligente e sicura e dirò pure ignorante franchezza, che è necessaria alle grandi opere d’arte”. Mccolò Tomrnaseo, dal canto suo, la definiva come “una maniera di fare e di dire, che pare negletta, ma che sovente è maestrevole disinvoltura”. Le bravure tecniche dell’oratoria forense, affermava Quintiliano, “devono rimanere nascoste”, negli esordi non si deve mostrare troppo impegno e questo “richiede sommo impegno”. La dissimulatio artis, presente anche nella retorica di Aristotele, diventa una regola universale nel Cortegiano di Niccolò Castiglione. Sta al centro dell’orazione splendida di Antonio nel Giulio Cesare di William Shakespeare: “I’m no orator, as Brutus is” (non sono un oratore, come invece è Bruto). Qui si sfiora ciò che chiarniamo dissimulazione.
Il libro di Paolo D’Angelo, che insegna estetica a Roma Tre, ripercorre, senza pedanterie, ma con molta grazia e scioltezza, la vicenda di questa idea, che ha molte, talora insospettate e insospettabili, parentele. Tutte le idee, anche e soprattutto quelle davvero importanti, sono infatti (con grande dispiacere di molti roditori accademnici e di tutti i pianificatori politici) entità ambigue e sfuggenti che vanno ricercate, come amava ripetere George Boas, là dove la logica non le avrebbe mai collocate. Due fra i migliori capitoli di questo libro sono infatti dedicati l’uno all’arte dei giardini e alla discussione sul giardino moderno o “all’inglese” (che deve avere um aspetto oltremodo “naturale” e porre fine ai vialetti inghiaiati e agli alberelli a forma di palla dei giardini franco‑italiani) e l’altro alla nozione giapponese di Iki che ha a che fare con tutto quanto ho finora scritto con in più la seduzione (tenuta ben distinta dalla conquista) e una sorta di liberazione dallo sforzo deliberato, da ogni scopo, da ogni forma di attaccamento.
La storia dell'idea di un'arte che consiste nel nascondere l’arte dice qualcosa – questa la conclusione – sull’idea stessa di arte, sul suo essere, sempre e inevitabilmente, tecnica e creatività, invenzione e mestiere, tradizione e innovazione. D’Angelo ha scritto un bel libro e non avrebbe alcun senso elencare quello che in esso non c’è. Osservo solo, davvero a margine, che in un capitolo intitolato “Chi non sa dissimulare non sa regnare” non si dovrebbe mancare di ricordare all’inesperto lettore il grande (in Italia spesso ignorato) libro di Leo Strauss. La trasandatezza, per essere positiva, dev’essere lieve, molto lieve.

Paolo D'Angelo, Ars est celare artem. Da Aristotele a Duchamp, Quodiibet, Macerata 2005, pagg. 142, € 16,00.