Recensioni / Biopolitica

“Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere, per liberarci di questo tipo di ‘doppio legame’ politico, costituito dall’individualizzazione e dalla totalizzazione simultanea delle strutture del potere moderno….Dobbiamo promuovere nuove forme di soggettività rifiutando il tipo di individualità che ci è stato imposto per tanti secoli”.  
Scolpito, tra gli anni ‘70 e ‘80 del Novecento, in questa lapidaria formulazione, era questo il compito che Michel Foucault lasciava in eredità al pensiero filosofico-politico del suo tempo, invitandolo a proseguire quello scavo genealogico ed archeologico – su cui egli aveva tanto insistito nella sua ricerca – all’interno di quei sofisticati rapporti tra “sapere e potere”, che erano stati in grado, lungo il tragitto del Moderno, di dar vita a “forme di verità” e a dispositivi di potere così stabili da assoggettare ogni forma di individualità – o quanto meno, tali da disciplinare il flusso delle autonomie individuali, apparentemente “liberate” dai vecchi vincoli di una sovranità di tipo hobbesiano – inscrivendo l’intera trama delle soggettività dentro la cornice di inediti dispositivi di “governamentalità”. Quel “governo della vita” segnato dal passaggio dal principio “sovranista” a quello connotato dalla nuova dimensione della “biopolitica” e del biopotere, e che Foucault stesso aveva espresso con la seguente, e altrettanto lapidaria, formulazione: “Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito il potere di far vivere o di respingere nella morte”.
La conferma che l’eredità, incompiuta, della genealogia foucaltiana, sia stata ampiamente raccolta, utilizzata, disseminata, dando significativi e rilevanti frutti teorici, risiede non soltanto nella mole di ricerche e lavori che sono legati a doppio filo al suo nome, ma anche dalla emersione di quelle categorie – “biopolitica”, “biopotere” – che negli ultimi quindici anni hanno conquistato la scena della filosofia politica contemporanea, continentale e statunitense, consentendo di afferrare quella “ontologia dell’attualità” (Foucault) – una vera, radicale cartografia del presente –, che appare scandita dalle inedite modalità e dispositivi attraverso cui il potere moderno – sempre più, tra fine Ottocento e Novecento – è venuto affermando le sue logiche di dominio sulla vita e sui corpi degli individui.
Il paradigma della biopolitica si è venuto caratterizzando, in altri termini, come la progressiva “presa produttiva” dell’intera “popolazione” nella sfera d’intervento dello Stato, che ha sempre più ampliato a dismisura le sue pratiche di governo e i campi d’intervento: salute, lavoro, agi, piaceri, rapporti sociali, o per dirla con lo stesso Foucault – in un saggio in cui bersaglio della polemica sono sia il liberalismo sia il liberismo economico –, “…l’indispensabile, l’utile e il superfluo. Che la gente sopravviva, viva e faccia anche di meglio”, offrendo della razionalità politica moderna il suo volto decisivo: vale a dire, la sua capacità di mantenere correlati, simultaneamente, “individualizzazione” e “totalizzazione” degli individui.
Sul tema, ci preme segnalare un corposo e riuscito volume a più voci – “Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione”, a cura di A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicchi, A.Tucci, edito da Quodlibet, 29 Euro – che, per la ricchezza dei contributi teorici e la vastità dei problemi affrontati, affonda opportunamente lo sguardo su quello che potremmo chiamare “il nuovo paradigma biopolitico” alla luce degli intrecci che i diversi ambiti disciplinari – diritto, economia, politica, scienza, ecc… –  stanno vivendo sia sul versante dei processi di “governance”, di “fine della democrazia” e di globalizzazione, sia in relazione alle questioni poste alla vita e ai corpi degli individui dalla inedita e inevitabile “età postgenomica”.