Recensioni / Topografie politiche nella crisi della modernità

Alle origini di una città c'è un atto di fondazione. Michel Serres, in un volume non dimenticabile, Roma, il libro delle fondazioni, scrisse che in realtà quell'atto che si vuole assoluto e unico rivela una costitutiva ambiguità. Da allora la politica ha voluto cancellare la violenza che costruì l'urbs, vanificare il rischio mortale della guerra civile che terrorizzava Platone. Nel libro di Dario Gentili questo remoto passato viene analizzato alla luce del cambio di passo da un paradigma spaziale ad uno topografico della politica. L'analisi scorre fitta lungo quella linea che un tempo oppose le due dimensioni spaziali - il dentro e il fuori - collocandosi sul confine che includeva i cittadini ed escludeva gli stranieri. Fuori la violenza, dentro l'ordine. All'origine la guerra, oggi la pace.
Con l'evaporazione del confine, e la definizione di «soglie» che mescolano geometrie euclidee con topografie frattali, è ormai impossibile mantenere le antiche proporzioni. Nel tempo globale è avvenuta la crescita postmoderna delle megalopoli, e del citazionismo delirante negli stile dell'arte, della politica e dell'architettura. L'archeologica aspirazione a mediare i conflitti per ottenere una giusta distribuzione tra il legale e l'illegale è ormai vana illusione. La crisi della soggettività politico-giuridica moderna è conclamata, dissolta l'unione del borghese con il cittadino.
Walter Benjamin e Jacques Derrida vengono eletti a testimoni di questo passaggio d'epoca. C'è infatti qualcosa che risuona nel loro messianesimo politico. Nel cuore del presente dove il futuro è «nulla» e il resto sono macerie, cresce il desiderio dell'avvento risolutivo di una potenza che irrompe e salva.
Nella peculiare versione del messianesimo benjaminiamo, l'attesa matura sulle spalle larghe degli oppressi, nell'immanenza della loro storia, non nell'invocazione di un salvatore che si reincarna in un solo uomo o in una classe. «Un messianesimo senza messia», ha spiegato enigmaticamente Derrida. La debole forza che si preannuncia in questo tempo sconnesso e accidioso non dà nessuna garanzia sul futuro, sebbene veda nel futuro l'unica possibilità.
Su questo acuto distinguo - che rese Derrida il sismografo più attento alla crisi della politica del Novecento - il libro di Gentili si chiude. Non senza avere rivelato il retroterra «kafkiano» che congela il pensiero della crisi in un'aporia e incanta l'azione nello scacco della giustizia.
Un atteggiamento nobile, e mai compiaciuto, che ha caratterizzato la vicenda del «pensiero negativo» per molto tempo. Ma che oggi può e dev'essere ripensato. Bisogna fare attenzione alle ragioni della crisi, ma è un lusso troppo grande accontentarsi di restare nel cono d'ombra di una potenza che s'annuncia, ma non si rivela.
A chi crede ancora di stare accanto a Napoleone durante il colloquio che ebbe con Goethe a Erfurt prima di partire alla conquista del suo mondo, bisognerà un giorno dare la notizia. Non ci si può accontentare di «fare appello alla storia» e lasciarsi abbindolare dagli echi di un appello senza storia. Al posto del sogno napoleonico, c'è una necessità più modesta ed ambiziosa. L'appello che ci serve è l'organizzazione. Non di ciò che esiste, bricolage ormai desueto. Ma di ciò che viene.