Recensioni / Vito Santoro, L'odore della vita. Studi su Goffredo Parise

Ben organizzato, informato e scritto è questo libro di Vito Santoro, italianista dell’Università di Bari, sullo scrittore viceattno. Ecco i singoli capitoli costituenti l’armonico e unitario volumetto Dall’Oriente all’Occidente; dal II al vacuum, I viaggi politici; Le shining hours di Parise; I Sillabari; L’autopsia di un’ossessione; L’odore del sangue (1979-1997); L’eleganza è frigida; Il Giappone di Parise.
Lo studioso delinea molto bene i momenti della vita e della scrittura di Parise, autore di opere come Il ragazzo morto e le comete, La grande vacanza, I Sillabari, Il prete bello (1954), Il fidanzamento (1956) e lo splendido Amore e fervore (1959), opera che è stata riproposta dall’editore Einaudi nel 1973 con il titolo originario di Atti impuri. A parte ciò, le osservazioni e le considerazioni che lo studioso fa sull’opera di Parise sono tutte convincienti e colgono nel segno, nel senso che permettono di capire gli andamenti della cultura di Parise, scrittore che ha molto viaggiato: dalla Cina all’America, dal Vietnam al Biafra e al Cile. Infatti si definisce, in un racconto dei Sillabari, Eleganza, un “uomo volante”. Egli, da buon scrittore, in tutte le città visitate ha colto quelli che sono i momenti in cui si manifesta l’odore della vita, vale a dire quello che in un bellissimo breve scritto del 1982 chiamerà il living, cioè “l’arte più pura e perfetta che esiste sulla terra”.
Vito Santoro sa leggere, interpretare, collegare i vari testi dello scrittore che ha praticato  il repor-tage che "costituisce quel format che consente a Parise di seguire le orme degli amatissimi Capote (da cui mutua l’idea del reportage narrativo) ed Heminguay”. Come ancora viene osservato nella Introduzione (p. 20), “oltre che sulla scia dei due grandi americani, Parise con la scrittura di viaggio può collocarsi anche lungo quella linea letteraria veneta rappresentata dai suoi amici e maestri Comisso e Piovene” e grazie a quest’ultimo, al loro insegnamento. Parise si “pone dinanzi al reportage non come uno scrittore dimidiato, ma come uno scrittore tout court”.   
Un tal fatto viene ribadito - come segnala Santoro - anche in una intervista che ha visto la luce sulla  Fiera letteraria 22 agosto 1968.  “Un viaggio, un’inchiesta in un certo paese, m’interessa come un romanzo. L’affronto con lo stesso animo, altrimenti preferisco non farne nulla”. Dice ancora, in quest’intervista, che egli in un reportage si esprime come in un romanzo. Per parise reportage e romanzo “nascono nello stesso modo, da un’idea, che al principio è molto semplice, magari una piccola notizialetta su un giornale. Il reportage è un romanzo in cui lo scrittore è protagonista”.
Orbene, lo studioso mette in campo tutta una serie di citazioni tratte dalle varie opere di Parise che sono analizzate molto bene e mostrano anche l’iter della scrittura dell’autore, le sue idee sul reportage, come pure il Parise viaggiatore viene giustamente accostato a Marco Polo, il suo alter ego nel reportage-romanzo L’eleganza è frigida.
Inoltre, “alla fine di un viaggio quello che conta non è costituito dai dati, dalle informazioni o dalla ragione analitica (…) ma dal sentimento che si prova verso gli uomini e le cose che l’occasione, e ancor più il caso, ci ha fatto incontrare” (si veda Opere di Parise, vol. 1, a cara di Bruno Callogher e  MauroPortello, Mondadori, Milano, 1989, p. 961).
Lo studioso condude la Introduzione a questi precisi e illuminanti studi su Parise, citando una pagina molto significativa perché mostra come la vena poetica dello scrittore non viene “spenta dagli obblighi di testimonianza, propri del reportage, ma al contrario potenziata” (ivi). Qui sono descritti certi attimi di vita quotidiana, certe azioni la cui somma sono l’essenza di quel Paese visitato. Sul paese visitato poi scrive articoli che sono stati pubblicati sul Corriere della Sera e successivamente riuniti a formare un volume come quello ntitolato Cara Cina (longanesi, 1966), anche su questo viaggio lo studioso svolge calibrate e azzeccate valutazioni e considerazioni che ci fanno capire cosa e come si osserva e descrive quanto visto. In Cina Parise si sente un “estraneo sia perché stritolato dalle mille pastoie burocratiche che il regime riserva agli ospiti stranier, specie se giornalisti particolarmente curiosi, sia perché nell’oggi tra il viaggiatore ed i luoghi che egli intende visitare non si apre più il sempre affascinate abisso dell’ignoto, ma la strada piana (e sempre noiosa) della convenzione”. Ugualmente ben centrate e costruite sono le pagrine che attengono al viaggio, e a ciò che da esso nasce, quello nel Vietnam del Sud (Due, tre cose sul Vietnam, 1968); questo insieme al reportage dal Biafra (1968) e a quello dal (1970) e dal Cile (1070) appare nel libro Guerre politiche del 1975.
In sostanza, “gli scritti provenienti dal cuore id tenebra del Sud-Ed saialco costituiscono nel coro un vero e proprio romanzo, di cui lo scrittore è protagonista”. Seguono poi le pagine che riguardano il lungo soggiorno a New-York nel 1975 su cui pubblicò poi sul Corriere della Sera otto articoli in seguito raccolti nel volumetto del1977 intitolato New-York.
Anche su quest’opera Vito Santoro conduce un’analisi sempre chiara e convincente, e la stessa cosa vale anche per I Sillabari dei quali lo studioso mette bene a fuoco la scrittura e i temi dei singoli racconti: Gioventù, Simpatia, Pazienza, Primavera, Padrone, Paura, Povertà.
L’appendice ai racconti dei Sillabari è rappresentata dalle trentuno brevi prose del volume Lontano, edito nel 2002 a cura di Silvio Petrella per l’editore Avagliano, e poi riproposto nel 2008 da Adelphi. Sull’Odore del sangue, a cura di Cesare Garboli e Giacomo Magnini (Rizzoli, Milano, 1997) viene svolta dal critico un’analisi molto particolareggiata. L’odore del sangue di quest’opera postuma di Parise è l’odore della “gioventù che sia quando scoppia di erotismo, sia quando è affamata di morte, ha l’alito profumato di sangue” come si legge nel racconto intitolato Gioventù; ma si tratta ovviamente anche dell’odore di gioventù dello scrittore Parise, il quale sceglie a protagonista della sua opera due coniugi, due “automi annoiati” per usare metafore care a Moravia. E, di fatto, Filippo e Silvia “sembrano proprio usciti dalle pagine moraviane dei primi anni Sessanta, quelle della Noia e dei racconti dell’Automa, o dalla trilogia che in quegli stessi anni aveva imposto il genio cinematrografico di Michelangelo Antnioni” (p.90).  
In questo libro il Santoro dimostra anche di essere studioso del cinema e del suo rapporto con la letteratura. Non per nulla ci è dato leggere una Postilla cinematografica: l’odore del sangue di Mario Martone. La riduzione cinematografica dell’odore del sangue è uscita nell’aprile del 2004 per la regia di Mario Martone che ne ha curato anche la sceneggiatura e che ha tra gli interpreti Michele Placido, Fanny Ardant e Giovanni Giuliani. In sostanza il film di martone, pur “presentandosi come una libera trasposizione del romanzo è un film che ricalca fedelmente il plot, attingendo a tratti letteralmente dall’opera di parise da cui riprende con cura calligrafica interi dialoghi, intere pagine” (pp. 100-101).
Questi pregevoli studi su Parise del Santoro, giovane e dotato studioso di letteratura italiana, allievo di un italianista del calibro di Pasquale Voze, cattedratico dell’Università di Bari, si concludono con le pagine dedicate al viaggio fatto nel settembre del 1980 da Parise in Giappone su invito dell’ambasciatore Boris Biancheri e anche questa esperienza viene raccontata in ben venti articoli pubblicati sul Corriere della Sera dal gennaio del 1981 al febbraio del 1982 e poi raccolti nel volume L’eleganza è frigida, a “richiamare una sentenza del poeta Saito Rykuu”. Questo libro, osserva il critico in confronto degli altri dello stesso genere “è figlio di una sostanziale sfiducia nel viaggio come sicura opzione conoscitiva e nel reportage come atto politico. Peraltro, finita la gioventù, risulta ben difficilesopportare i dolori del mondo”. Nel libro non c’è più l’io narrantema una controfigura d’invenzione: il già ricordato Marco Polo mutato, nel frattempo, da “grande fenomeno ante litteram”, qual era considerato dallo scrittore vicentino ai tempi dei reportage politici, in un “modello di viaggiatore sognatore”. Insomma gli scritti raccolti in l’eleganza è frigida, “ci restituiscono un Giappone visto come un lontano assoluto e ucronico, molto simile a bne guardare a Sa-Igarada, un pianeta rotante nel silenzio e nella solitudinedella volta celeste, popolato da persone timide e infantili, curiose, paurose, estremamente attente e molto più emotive di tutti gli abitanti del mondo. Un luogo di sogno, di poesia, di artificio, derivazione della Cina, visitata da Parise nel 1966, ma una derivazione perfezionata e portata ai più alti gradi termici dell’estetismo” (pp. 06-107).
Anche quest’opera è ben letta e analizzata dallo studioso che ne coglie anche lo stile, la struttura, i temi e lo sguardo di marco Goffredo. Al termine della sua analisi, il Santoro osserva che lo scrittore “recupera in Giappone il luogo delle sue visioni giovanili. E cerca, una volta riconquistata questa dimensione, di difenderla, ad esempio, contro il freddo razionalismo della semiologia” (p. 115), e difatti  “l’abbandono di ogni mediazione razionalistica” consentirà allo scrittore di "cogliere quel tantum di verità incontrovertivbile, originaria, che non si capisce ma si cattura. E una volta catturata si scrive”.