Recensioni / Libri: chi seminò poesia

Caso più unico che raro per uno scrittore del Cinquecento, la traduzione dell'Eneide virgiliana di Annibal Caro ha goduto di una straordinaria popolarità fino all'epoca nostra, tanto da far testo nelle scuole medie inferiori e superiori con brani imparati a memoria da intere generazioni di studenti. Ma ora che celebriamo il quinto centenario della nascita di questo grande civitanovese sarebbe riduttivo limitarne il prestigio a quell'unica impresa (lo scopo fu di dimostrare che al volgare non erano chiuse le porte della poesia epica), giacché la sua produzione fu vasta, eclettica e spesso nobilitata da autentici gioielli (diceva Leopardi: "La lingua del Caro, come l'immaginazione di Dante, son venute principalmente in onore, e riposte nel sommo luogo che meritano"). Ben giunga allora questo "Ritratto di Annibal Caro" con cui Riccardo Scrivano, noto studioso dell'Umanesimo e del Rinascimento, ha inteso rendere un omaggio acuto e profondo a una figura così eminente della cultura nazionale di cinque secoli fa. Non solo l'Eneide, ma anche la traduzione degli "Amori pastorali di Dafni e Cloe" di Longo Sofista, che perfino Goethe consigliava di leggere almeno una volta all'anno. E la commedia "Gli Straccioni", vivissima, schietta, ironica, disseminata di intrighi amorosi e animata da personaggi spassosi (Barbagrigia, Pilucca, Marabeo). E l'esordio - lui ventitreenne - fra gli Accademici romani della Virtù, con scritti di ricchissima invenzione verbale ("divertenti, colti e preziosi", osserva Scrivano) come il commento - non privo di metafore audaci - alla "Ficheide" del modenese Francesco Maria Molza. E l'ampio epistolario (oltre ottocento lettere) che, grazie alle minuziose descrizioni di paesi, feste e tornei, costituisce uno dei documenti più importanti sulla vita italiana del Cinquecento. E gli eleganti sonetti delle "Rime" alcuni in lode di Civitanova, la terra natale (ma, pensando a certe vicende attuali, ce n'è uno diremmo profetico: "Spegni l'odio e l'invidia, ond'ha radice! col nostro error la froda del vicino"). Aperto da una puntuale prefazione dell'italianista Marcello Verdenelli, il libro si chiude con dieci acquerelli dell'indimenticato Arnoldo Ciarrocchi.