Recensioni / L'odore della vita

Dopo il volume Letteratura e tempi moderni. Il lungo dibattito negli anni Trenta (Palomar, 2005) ed altri saggi sulle riviste dell’ermetismo, negli ultimi anni Vito Santoro si è dedicato alla narrativa dei nostri giorni, fra postmodernismo e nuove forme di realismo, impegnandosi soprattutto a verificare le possibilità effettive che ancora oggi rimangono alla scrittura narrativa di relazionarsi davvero con il reale e con l’esperienza (visto che sono molti, viceversa, i segnali di un suo definitivo depotenziamento nel senso della autoreferenzialità), convincendosi così, fra l’altro, della necessità (solo apparentemente contraddittoria), per una letteratura che voglia ribadire le proprie ragioni, di confrontarsi continuamente proprio con il ‘non-letterario’, anche adattandosi al suo linguaggio. Nel frattempo, egli continuava a scrivere anche su autori del secondo Novecento (Sciascia, Moravia, Pasolini): ebbene, fra questi ultimi, egli ha ora deciso di dedicare una monografia a Goffredo Parise, forse perché si tratta appunto di uno scrittore che, pur essendo un romanziere ‘nato’, quel confronto con il mondo extra-testuale dell’esperienza non lo ho mai temuto né tanto meno eluso.
Attenendosi all’indice, questo nuovo volume sembrerebbe dedicato esclusivamente al ‘secondo’ Parise, dalla seconda metà degli anni ’60 fino alla morte avvenuta nel ’86. Abbiamo, infatti, quattro saggi dedicati rispettivamente alla scrittura di viaggio (da Cara Cina del ’66, alle Guerre politiche di Vietnam, Biafra, Laos, Cile, fino a New York del ’76); ai due volumi dei Sillabari (’72 e ’82); al romanzo L’odore del sangue (’79, ma pubblicato postumo nel ’97); a L’eleganza è frigida (’82), ultimo reportage dal Giappone. Ma a lettura avvenuta, diventa ben chiaro come il vero oggetto del libro sia in realtà l’intera opera del vicentino, sia perché nell’Introduzione vi sono brevi ma significative trattazioni di opere antecedenti al ’65, sia soprattutto perché l’idea di fondo è quella di una sostanziale continuità ideologica e letteraria di fatto presente nell’opera dell’autore.
Più in particolare, punto di partenza è la constatazione che, dopo una stagione felice in cui la sua fantasia “ballava il boogie” e lui si poneva come l’enfant prodige della narrativa italiana, Parise nei primi anni ’60 viva viceversa un periodo di «profonda crisi culturale e identitaria», legata soprattutto all’avvento del neocapitalismo e dei cambiamenti sociali-antropologici che esso genera in Italia. E così, dopo l’uscita del Padrone (’65), lo scrittore, convintosi della sostanziale «inadeguatezza del novel, cioè del romanzo realista occidentale, dinanzi alle trasformazioni economiche e sociali in atto», si dedica soprattutto alla «scrittura breve», la quale a sua volta «richiede un impegno conoscitivo “in presa diretta”, cioè un guardare le cose nella loro immediatezza e nel loro incessante divenire, rifuggendo da qualsiasi forma di teorizzazione e di costruzione sistematica» (p. 17): più precisamente, avviene in quegli anni che il viaggio e la scrittura di viaggio divengano un vero e proprio «liquido amniotico» entro il quale nascono non solo i reportage parisiani ma anche i racconti brevi dei Sillabari (ma in fondo, anche il momentaneo ritorno al romanzo con L’odore del sangue, risente ampiamente di quella esperienza di vita e di scrittura, decisiva e a tratti estrema). Ebbene, come dimostra Santoro, si trattava di una soluzione non estemporanea bensì assolutamente congeniale allo scrittore, alla sua vena poetica più profonda, come dimostra la seguente dichiarazione del vicentino (che, forse, potrebbe essere messa ad esergo dell’intera monografia): «“mi attraevano le cose e la loro sostanza organica e non obbligatoriamente letteraria, l’odore della vita e delle sue stagioni, passando attraverso testi diretti”», laddove l’«odore della vita», equivale al «living», l’arte di vivere («“l’arte più pura e perfetta che esista sulla terra”») – e siamo, così, al centro esatto della Weltanshauung e della poetica parisiana per come interpretate da Santoro, secondo il quale «soltanto l’abbandono di ogni mediazione razionalistica consente di cogliere quel quantum di verità incontrovertibile, “originaria”, che non si capisce ma si cattura. E una volta catturata si scrive. Si scrive in fretta» (p. 18).
Ed ecco allora il primo reportage analizzato, quello su una Cina in piena rivoluzione culturale: sin da questa trasferta, gli strumenti del Parise viaggiatore sono la «ragione logica» (un razionalismo avverso ad ogni schema ideologico precostituito) e i sensi individuali («“gli occhi per vedere, il cervello per riflettere, il caso e infine la propria persona con tutto quanto possiede di lampante e oscuro”»), con un netto primato dello sguardo e della visione, che però a loro volta sanno all’occorrenza introiettarsi nell’«intuizione»: un fiuto, una sensibilità antropologica-letteraria che qui porta lo scrittore a percepire, quale vera quintessenza dell’umanità cinese, il ‘li’ ovvero lo stile naturale (opposto all’artificialità dell’uomo occidentale, ben delineato in New York: in questo libro peraltro lo scrittore, dietro lo stile di vita consumistico americano, vede soprattutto il cosiddetto ‘vacuum’, senso di vuoto esistenziale a sua volta derivante dallo sradicamento sociale). In ogni caso, il convinto rifiuto di schemi ideologici precostituiti, non significava per il vicentino non avvalersi poi di chiavi di lettura generali: e così se lo studioso definisce tutti i viaggi di Parise come ‘viaggi politici’ (estendendo dunque questo aggettivo anche ai reportage cinese e americano) è perché in essi viene focalizzato soprattutto lo scontro fra occidente e paesi non occidentalizzati, visto però, più che come contrapposizione geopolitica fra modelli sociali opposti, piuttosto come scontro fra universi culturali diversi. Uno scontro durissimo, perché a ben guardare è parte di una più generale lotta per la sopravvivenza che coinvolge tutti gli uomini: e qui ad entrare in gioco era il particolarissimo darwinismo parisiano, dichiarato dallo scrittore e ben noto alla critica, eppure qui ulteriormente, proficuamente approfondito (l’uomo è un animale evoluto, e i suoi conflitti sono sempre legati allo struggle for live, siano essi la guerra del Vietnam ovvero il confronto, che avviene nell’azienda neocapitalistica fra il giovane impiegato e il Padrone Max), arrivando così a chiarire quel nesso fra romanticismo fantastico e spirito scientifico che era al fondo della personalità di questo autore.
Assai interessante è poi il capitolo dedicato ai Sillabari: davanti all’artificialità tecnologica ovvero all’astrattezza ideologica che prevalgono nel presente, Parise qui ritornava a lavorare sul sentimento, sulle più semplici ‘sillabe’ del reale. Lo studioso dedica numerose pagine ad una definizione della tecnica su cui  si basano questi brevi racconti o «poesie in prosa», giungendo alla conclusione che «in questi due volumi Parise raccoglie le numerose immagini che affollano la sua memoria […] le rielabora per poi trasferirle in un tempo passato indefinito e sfumato, in una dimensione quasi onirica» (p. 62), per cui, in altre parole, quelli catturati dal vicentino, più che ressouvenirs proustiani sono semmai frammenti esistenziali, momenti rivelatori, attimi di “luccicanza” assai simili alle shining hours di Joseph Cornell, artista che Parise conosceva bene e che qui viene suggestivamente tirato in ballo. (Nel capitolo dedicato all’Odore del sangue, fra i numerosi spunti, segnaliamo l’accostamento con lo Schnitzler di Doppio sogno e la postilla cinematografica dedicata all’omonimo film di Martone).
Il li dei Cinesi, il vacuum degli Americani, le ‘sillabe’ del sentimento dei suoi personaggi di invenzione: Parise, quando osserva gli uomini, avverte sempre la presenza di una quintessenza, di una zona intermedia sospesa fra il cuore e la mente, all’incrocio fra sentimento propriamente detto, carattere antropologico storicamente determinato, pura vitalità: un quid che non è certo catturabile facilmente, neanche dalla scrittura narrativa, qualora essa non sia disposta ad uscire dalla tradizione letteraria intesa come sistema chiuso, scrollandosi di dosso la troppa “polvere di storia” e dunque “mescolando il proprio sangue con quello degli altri uomini”. Ebbene, è a questa altezza che categorie come ‘living’, ‘odore del sangue’ o ‘odore della vita’, apparentemente indefinite e mitologiche se non proprio qualunquistiche, acquistano viceversa una loro resistente, letteraria pregnanza: e allora il merito principale della monografia è proprio quello di dimostrare ciò, non accreditando a quelle categorie uno spessore teorico-filosofico che probabilmente non hanno, ma piuttosto spiegando come questo empirismo totale fosse in realtà sostenuto da strumenti narrativi e poetici assai variegati e acuminati, apparentemente spontanei ma in realtà faticosamente rodati in una decennale fedeltà alla scrittura – per restituire l’‘odore della vita’, insomma, ci vuole molto, moltissimo rigore morale e stilistico. In ogni caso, come si accennava, ad emergere nel complesso è un’idea di sostanziale continuità nell’iter parisiano («c’è dunque una logica palindroma nell’itinerario culturale e artistico del vicentino: è quella che lo porta dalla memoria inconscia, animistica e magica della giovinezza e quella dell’età matura» p. 65), identificabile forse attraverso le parole di Zanzotto, secondo il quale «in Parise si ritrovavano tutti i diritti della fantasia, e della fantasia più scatenata, che veicolava, però, tutti i diritti della realtà, anche della realtà più orrenda».
Si tratta, in definitiva, di un volume assai compatto e organico, improntato a notevole, opportuna chiarezza concettuale ed espositiva. Il critico sa coniugare vivace ritratto biografico-culturale e puntigliosa interrogazione problematica, fino a restituire con efficacia la articolata costellazione esistenziale, poetica, ideologica entro la quale si colloca la scrittura di questo autore; un risultato ottenuto alternando diversi strumenti, fra i quali numerosi prelievi intertestuali dall’intera opera del vicentino (notevole, fra l’altro, l’attenzione rivolta a scritti solo apparentemente marginali come I movimenti remoti, Arsenico, Lontano); eclettici quanto calzanti riferimenti teorici (da Benjamin alla psicanalisi, da Agamben alla sociologia critica di Beck e Augé); confronti con il corpus critico parisiano, davvero ben posseduto (Altarocca, Crotti, Perrella, Gialloreto).