Recensioni / Leonardo Ricci e l'idea di spazio comunitario

Il libro di Michele Costanzo sull’opera di Leonardo Ricci si propone di completare un dittico avviato con lo scritto sul pensiero di Costantino Dardi, sempre per i tipi della Quodlibet.
Almeno due sono le ragioni che accomunano questi volumi. La prima risiede nella volontà di riportare l’attenzione sulla figura di un architetto italiano sufficientemente dimenticato; tanto dalla critica, quanto dagli studiosi della storia dell’architettura contemporanea, anche e soprattutto in ambito accademico. La seconda ragione investe il meccanismo narrativo attraverso il quale il testo prende forma. Se nel volume Architettura in forma di parole gli scritti di Costantino Dardi forniscono lo spunto per una riflessione sull’opera progettuale del maestro friulano, l’idea di spazio comunitario, insita nel pensiero di Leonardo Ricci, rappresenta il punto di partenza per un emozionante viaggio alla ricerca del significato del lavoro dell’architetto toscano. In virtù di questa scelta, lo scritto di Michele Costanzo si dipana, in maniera armonica, intersecandosi con le parole dello stesso Ricci, con quelle di Giovanni Michelucci e di Bruno Zevi o ancora del pastore valdese Tullio Vinay, insieme al quale Ricci conduce le esperienze di Agàpe e Riesi. La lettura analitica delle opere di Ricci, dal Centro comunitario di Pinerolo alle abitazioni di Monterinaldi (tra le quali la propria casa-studio), dal Villaggio del Monte degli Ulivi  a quello di Montepiano a Firenze, dalle ville toscane all’intervento di Sorgane, ci permette di recuperare, e quindi rivivere il clima culturale del secondo dopoguerra. E con esso il senso di una stagione eroica dell’architettura del nostro paese. Una stagione nella quale, oltre alle figure già citate di Giovanni Michelucci e Bruno Zevi, riemergono anche quelle, oggi cadute nell’oblio, di Leonardo Savioli e Ferdinando Poggi. Inevitabile, pertanto, che il racconto, una volta avviato, si estenda all’esperienza pittorica del maestro toscano, alla sua attività di docente, alle riflessioni condotte sul tema della macrostruttura per concludersi nell’atto di esaminare la complessa esperienza statunitense che lo condurrà, al rientro in Italia nel 1973, ad abbandonare con anticipo l’insegnamento universitario e la carica di Preside. Un racconto, completato da quattro saggi di Ricci stesso, che chiarisce il senso del lavoro di questo intellettuale (prima di ogni altra cosa) del secolo scorso. Un lavoro pervaso da una fortissima spiritualità, più laica che religiosa, a mio parere, contrariamente a quanto potrebbe lasciar immaginare il suo costante rapporto con la spiritualità valdese. In continuità con Architettura in forma di parole, con il quale ritrova un ulteriore punto di contatto, questo libro si presenta allora come un altro prezioso e significativo mattone per la costruzione di una risposta all’estetica della globalizzazione e della post-produzione odierna, un invito, specie per i più giovani che lo leggeranno, a ritornare a pensare, per prendere a prestito le parole dello stesso Ricci che … fare un’architettura vuol dire far vivere la gente in un modo piuttosto che un altro.