Recensioni / Il nostro amico Manganelli

Giorgio Manganelli, di cui oggi ricorrono vent’anni dalla morte, approdò all’Espresso nel 1966. Era un professore deluso. Chiarì subito di non voler essere considerato uno specialista, meno che mai un anglista. Appena messo piede in redazione invocò due cose: il diritto di prendere in giro la letteratura e la licenza di divagare. Sulle prime i suoi itinerari di gusto facevano volentieri tappa nel passato: mai alla Cronica di Dino Compagni o alle Rime di Francesco Berni era toccato recensore più ghiotto di lui. Ghiotto, Manganelli appariva in ogni senso, a cominciare dall’aspetto pingue. Non appare pingue – almeno, non ancora – in uno dei ritratti che la figlia Lietta ha inserito in quel racconto per immagini che, intitolato Album fotografico di Giorgio Manganelli, è appena uscito per Quodlibet (a cura di Ermanno Cavazzoni, pagg. 103, euro 14). Lo si vede uscire di sbieco, con un’aria guardinga di clandestino, da una salumeria di Dogliani (Cuneo), «nell’intervallo – spiega la filiale didascalia – di una riunione Einaudi, dove secondo lui si mangiava poco», e si veniva costretti ad «andarsi a fare un panino». Una foto parlante. Ho sempre pensato che qualcosa di risolutamente esistenziale spingesse Giorgio a considerare Pellegrino Artusi, araldo della «scienza in cucina», uno dei massimi prosatori italiani. A tavola, l’autore di Hylarotragoedia e di Sconclusione, prototipo incarnato della distrazione prosastica, diventava d’una precisione e di uno scrupolo assillanti.
Imparammo a conoscere Manganelli per gradi e a sorpresa. Si rivelò un autore fulmineo di corsivi. Vi versava dentro una perfidia surreale. Ricordo un suo intervento d’una brevità da record. Tre righe. Tema: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Questo romanzo uscì nel 1985, dopo una gestazione durata un ventennio, fra assaggi su riviste, pentimenti e ripensamenti. Il giorno della pubblicazione, l’autore dichiarò che ormai a quella sua opera, dopo aver scavalcato tante vicissitudini creative, «non poteva capitare più nulla». «Nemmeno d’essere letta», lo fulminò Manganelli. In un volume del 2007, Mammifero italiano – che raccoglie una scelta dei suoi corsivi, dall’Espresso, appunto, al Corriere della sera e al Messaggero – ritrovo la conferma che considerare Manganelli un anticonformista è fargli un torto «per difetto». Egli è stato un autentico eversore d’epoca (e mi pare di scorgere la beatitudine che gli avrebbe procurato la rettifica). «Volemose male» sembra il motto ideale che sorregge i suoi pensieri sull’Italia. Ogni volta, «l’imbarazzante penisola» viene da lui presa a ceffoni. Egli esecra la famiglia: gli pare fondata sul sadismo. Detesta i democristiani, che «credono nella fine del mondo», e lo maneggiano «nelle more della sua scomparsa». Sferza la televisione, invereconda «scatola dell’anima». Tira sassate ai monumenti, a partire da quel Garibaldi, che «sta diventando una sorta di Direttore Generale delle Emozioni Pubbliche». Non sopporta il latino ma irride all’inglese. Perseguita l’automobile, «simbolo del decoro sociale («in Italiano», chiosa con bieca malignità, si dice «Status Symbol»). Critica Pannella, cui rinfaccia «le insolenze, l’elaborata coprolalia, i blasfemi barocchismi».
Manganelli corsivista è come se si chiudesse nel confessionale d’una sua personalissima chiesa. I peccati? Eccone uno, fra i principali: gli italiani, sovrumani evasori fiscali, gli comunicavano un acuto piacere di pagare le tasse. Tra i suoi eroi positivi egli annoverava i sequestratori, il cui ruolo, a ben vedere, consiste nel trasformare i parenti delle loro vittime in star televisive.
Fu la successiva reincarnazione manganelliana a spiazzarci. Lui non aveva mai viaggiato. Mai era salito su un aereo. Nell’estate del 1972, scoprimmo che a cinquant’anni esatti Giorgio, recensore cosmopolita e scrittore d’avanguardia, non era mai stato a Parigi. Ce lo mandammo. Lo accompagnò a Fiumicino un usciere dell’Espresso che gli fece il check in e sulla scaletta dell’aereo gli mise in mano una Olivetti portatile. «Parigi a noi due!», sarebbe stato l’incipit della sua corrispondenza dalla sorella latina. «Arrivo date, Parigi, fornito di aspirina, cavigliera, temperino e guida rilegata in plastica: dopotutto d’Artagnanì aveva dimeno».
Prossimo approdo, Manila. È la primavera del ’73. L’affresco delle Filippine, dipinto da Manganelli, s’aprirà con un’autocaricatura. «Impettito e indecoroso», l’autore è intento a servirsi d’un pubblico pissoir e ne sta ammirando le ceramiche quadrettate. Ecco che intanto, dietro di lui, qualcuno gli spazzola la giacca con gesti lievissimi. Dopo qualche secondo lo stesso fantasma, materializzatosi in un bimbo irrefrenabile munito di stracci e unguenti, gli piomba sulle scarpe trasformandole in specchi.
Nulla, dopo questa iniziazione, avrebbe potuto trattenere durevolmente in patria lo scrittore milanese. Anche stavolta L’Espresso prese a non bastargli più. Il lettore che voglia ritrovare il profumo delle appassionate corrispondenze da lui firmate non ha che da procurarsi un volume postumo L’Isola pianeta e altri settentrioni (Adelphi, 1996), che raccoglie racconti manganelliani da Svezia, Islanda, Finlandia, Inghilterra, Danimarca, Scozia, Germania, Norvegia. Il dono che l’autore non ha perso è la sua riserva di stupore, lui che da tempo usa trasferirsi «con l’autobus numero sessanta dalla Nomentana a piazza san Silvestro, Roma». La sua maestria di descrittore di luoghi e persone affiora proprio da questa supposta renitenza a interpretarli. Lo sforzo di descrivere i cieli del nord compiuto da un artista che è «abituato a un sole-tuorlo, un sole-gallina, un sole animale»: ecco la scommessa. Giorgio coglie, estatico, «la cultura della solitudine» trasmessa dai ghiacci. Proclama la Finlandia «terra solitaria ed esemplare». Definisce la campagna inglese una «sterminata pinacoteca paesistica».
Nell’aria troppo tersa di quel suo Nord egli vedeva aggirarsi entità incorporee. Torna in mente il lamento da lui affidato a una sua vecchia opera, Angosce di stile. «Uno dei drammi della letteratura», vi si leggeva, «è la produzione sempre inadeguata di fantasmi». Forse perciò decise di andare a cercarli, i fantasmi che gli mancavano, in giro per il mondo. Nelle vesti di un inviato davvero «speciale».