Recensioni / 47 poesie facili e una difficile

Nella nota che chiude questa antologia, dove tra il diario di una personale dedizione e la digressione letteraria sono citate le ragioni che lo hanno condotto a questa impresa, il traduttore Paolo Nori ricorda spesse volte come Chlebnikov sia «molto di più di quello che si riesce a dire». Affermazione che ci mette da subito a contatto con la peculiarità della sua poesia, con quel carattere babelico, composito, forsennatamente sperimentale che la contraddistingue, schietta emanazione del talento poliedrico del suo autore. Matematico e sciamano, dedito a un continuo girovagare, in linea d’altronde con una secolare tradizione russa di filosofi-pellegrini, incline a un totale disinteresse per l’economia della propria opera, Chlebnikov incarna la figura più ardita, e più efficacemente realizzata, di quella missione poetica che le avanguardie dei primi del Novecento rivendicarono come propria – farsi, sulla scia dei rivolgimenti storici in corso, e fortemente sollecitati da essi, artefici e portatori di un nuovo verbo. In questa direzione egli seppe spingersi più avanti di chiunque altro: unì in una eclettica miscela folclore e storia, cabala e scienza, primitivismo e utopia; fuse in un originalissimo crogiuolo verbale espressioni d’uso comune, vocaboli arcaici, neoconiazioni e scaglie fonetiche; impersonò fino all’ultimo l’ideale del poeta quale propulsore di civiltà, il solo in grado di leggere e proclamare segni e direttive di una terrestre palingenesi: «Il mio divino bianco cervello / Ho donato, Russia, a te: / Sii me, sii Chlebnikov. / Ho piantato palafitte nel cervello del popolo, e perni / Ho fatto io la casetta-palafitta / ‘Noi siamo: quelli che saranno’ / Tutto questo l’ho fatto come un povero, / Come un ladro, maledetto ovunque dagli uomini». Una vocazione risolutamente eccentrica e borderline, dove la convergenza di motivi antitetici (sincera devozione e risentito disprezzo, gravità profetale e provocazione dadaista, infantilismo ed erudizione) assolve funzione di rinforzo: per fondare una nuova cosmogonia occorreva infatti far coincidere gli estremi, rovesciare le leggi dell’esistente, forzarne i collanti analogici, connettere sincronicamente le epoche e i loro attori, ampliare a dismisura il codice linguistico al punto di sprigionare l’energia sepolta nei suoi stessi atomi alfabetici: «Bobeòbi si cantavano le labbra. / Veeòmi si cantavano gli sguardi. / Pieéo si cantavano le ciglia. / Lieeéi si cantava l’aspetto. / Gsì gsì gséo si cantava la catena. / Così, sulla tela di qualche corrispondenza / Fuori della continuità viveva il Volto». In questa slogatura fonetica ed etimologica, nell’accumulazione colta e immaginifica, nella metodica pressione metaforica consiste il tentativo di favorire una rivelazione, di sollecitare il linguaggio a manifestare quella saggezza che riposa nel suo corpo, nelle sue pieghe. Nori, presentandoci questa selezione di quarantasette poesie più una, quella difficile, che resta necessariamente celata dato che il sottile calembour del titolo allude ad altra questione, riparte proprio dalla spregiudicata confidenza con il linguaggio di cui Chlebnikov diede prova – dalla sua capacità di restituircelo come organismo vivo e inesauribile, primigenio e futurante. L’altra questione, quella della difficoltà interpretativa rispetto a un autore dotato di una tale artiglieria semantica e figurativa, difficoltà in parte innescata dalle analisi di una critica spesso troppo raziocinante, e a cui forse andrebbe associata la riluttanza di un pubblico di lettori altrettanto balbuziente, viene affrontata con l’invito a fruire di questa poesia per via diretta, scansando sofismi forme simbologie, puntando alla sua irriducibile evidenza. Con la segreta consapevolezza che proprio nella dizione immediata, nella sua apparente semplicità, permane, come residuo, fantasma e tenebra, tutto l’irrisolto della sapienza poetica, il suo fondo inesprimibile – il difficile: «Gli anni, gli uomini e i popoli / Vanno via per sempre, / Come acqua corrente. / Nello specchio flessibile della natura / Le stelle: rete, i pesci: noi, / Gli dei: fantasmi e tenebra».