Recensioni / Cosa resterà della letteratura "anni zero"?

C’era una volta il romanzo realista, parliamo dell’Ottocento, dell’Europa, dell’America. Poi c’è stato il neorealismo, in letteratura e al cinema. Denominazioni, classificazioni, ma quanta realtà, quanto un libro è ciò che noi crediamo sia? In che misura ha senso classificare un’opera, cercare forzatamente di collocarla in un determinato contesto sociale, culturale, artistico, lessicale ancor più? Ma siamo sicuri che gli autori dei libri (portatori del reale messaggio che vogliono attribuire alla loro opera, almeno così si spera) siano poi in accordo con la critica, su quel che quest’ultima di loro scrive, collocandoli in un preciso tassello del puzzle letterario? Quando al cinema sono comparsi l’ottimo Il divo di Paolo Sorrentino e il pur bello ma minore Gomorra di Matteo Garrone, qualcuno ha parlato di neo-neorealismo. Una definizione che, nella teoria classificatoria (dunque, in parte, dogmatica) ci sta pure, ma nella pratica? Così come opere quali L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli o Q di Luther Blissett (incarnazione del collettivo poi Wu Ming) hanno fatto gridare al miracolo del nuovo romanzo storico. È indubbio che, chi di letteratura si occupa, debba cercare l’analisi essenziale dell’opera studiata, è importante farlo però nel giusto modo, senza forzature eccentricamente megalomani verso l’analisi del romanzo, accostarsi quindi con umiltà all’opera e valutarla per quel che è e non per quello che noi vorremmo fosse. Altrimenti si rischia la confusione, la metaclassificazione fine a se stessa, l’albero genealogico intrappolato dalle sue stesse radici. Allora, forse, se un neo-neorealismo e un nuovo romanzo storico esistono, bisogna far sì che il loro affermarsi (se il valore è insito in quelle pagine) sia quasi naturale, non forzato, il bocciolo della parola deve sbocciare spontaneamente e farsi pianta letteraria di un nuovo e multiprospettico disegno narrativo, la parola – allora sì – può e deve diventare specchio del mondo che ci sta attorno, delle sue idiosincrasie, dei suoi tumori, del suo passare poeticamente naturale e vitale. È proprio con l’umiltà di cui sopra si accostano all’analisi della letteratura degli ultimi dieci anni coloro che firmano le pagine di questo testo (a cura di Vito Santoro, dottore di ricerca in Italianistica, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Bari, il quale firma primo e ultimo saggio), ossia Domenico Mezzina, dottore di ricerca in Italianistica, esperto della narrativa di Morselli e Nigro, nonché segretario di redazione di Incroci; Antonella Agostino, dottoressa di ricerca in Italianistica, segretaria di redazione della rivista Incroci, esperta di Antonio Delfini; Francesca Giglio, dottoranda a Roma ed esperta di Testori, infine Marco Marsigliano, il quale si interessa dei rapporti tra letteratura e cinema. Il volume è Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero, edizioni Quodlibet. Un libro da leggere per chi vuole avere a mente un disegno ben fatto, coerente, di quelle che sono state le penne migliori o più degne d’attenzione degli ultimi anni. A qualcuno, non tutti gli autori presi in esame potranno far venire in mente l’accostamento tra belle lettere e reale voglia di leggere il determinato romanzo, ma sicuramente una curiosità, come quella del bambino che vede la prima volta il pallone, farà capolino tra le pieghe dei nostri gusti ormai maturi, ormai, a volte, troppo incastrati tra le pieghe del nostro pregiudizio. Non pensiamo, nel leggere queste pagine, agli scrittori del passato, altrimenti si rischia un paragone labile e socialmente errato in senso temporale e storico, ma accostiamoci a scoprire nuovi autori (chi giovane, chi non più) verso i quali potremmo, un domani, sviluppare sincera passione letteraria. Santoro, partendo dalla liquidità baumaniana e dalla post-realtà (rubata a Walter Siti), crea un ottimo disegno della narrativa degli ultimi anni, ponendo come fil rouge del tutto l’assunto che fissa privato e pubblico come mescolati e assai difficilmente divisibili, i media demoniaci e antropologicamente distruttivi, come aveva visto bene il Pasolini profeta. Da Siti a Pincio, il delirio di Vitaliano Trevisan, l’auto-fiction del romanzo-saggio di Scurati, l’io destrutturato e smarrito di Genna, la realtà di Saviano e il post-cannibalismo di Aldo Nove, sono tutti pezzi del mosaico che compone la malattia sociale che questi autori mettono in pagine dense di idee. Lo stesso Santoro chiude il bel libro con uno spaccato sulla narrativa siciliana, in particolare nell’opera di Calaciura e Savatteri. Non possiamo nascondere che questo breve scritto fa venire voglia di leggerli questi autori! Chi non l’ha ancora fatto, rimedi subito. Di Mezzina molto bella l’ultima parte del suo saggio, quella sull’opera di Nigro, si respirano altri tempi, si vedono altri luoghi, nella macchina del tempo si mescolano colori assai differenti che si sposano alla perfezione però. Il romanzo di Cordelli sul Duca-Berlusconi è esplorato dalla Giglio, l’identità femminile diventata schegge di uno specchio rotto è cuore del lavoro di A. Agostino. Marsigliano si occupa della narrativa di Ugo Riccarelli, giullare della parola tra humour e drammaticità esistenziale. Sono dei brevi saggi da leggere, perché importanti questi, sposati alla contemporaneità con rispetto verso gli autori dei libri analizzati e umiltà verso il lettore che al tema si avvicina, alla gran parola s’accosta.